Bookcoaching: “Chocolate” di Joanne Harris

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“Credo che essere felici sia l’unica cosa importante”.

Facile concordare con l’affermazione, difficile è chiedersi cosa ci rende felici e soprattutto trovare una risposta che non faccia apparire superficiali, moralmente inconsistenti, se non addirittura riprovevoli.

C’è qualcosa di straordinario nel modo in cui certe storie arrivano a toccarci.
Non con grandi colpi di scena o parole altisonanti, ma con un profumo, un gesto, una sensazione familiare che ci desta da un torpore inconsapevole.

Chocolat
di Joanne Harris è una di quelle storie.

La maggior parte delle persone la conosce grazie all’omonimo film (sì, quello con Juliette Binoche e Johnny Depp, che molti ricordano più per lo sguardo di lui e la grazia di lei che per la trama e il messaggio profondo).
Eppure, dietro il fascino e il profumo del cioccolato che sembra attraversare lo schermo, il romanzo custodisce molto di più: una riflessione dolce e tagliente sulla libertà, l’autenticità e il coraggio di vivere secondo i propri valori.


 Di cosa parla il romanzo?

 Vianne Rocher, una donna anticonformista e misteriosa, arriva insieme alla figlia Anouk in un paesino tradizionalista e chiuso della Francia rurale proprio all’inizio della Quaresima.

 Lì apre una cioccolateria proprio di fronte alla chiesa, destando subito scandalo tra i benpensanti e irritando in particolare il curato del paese, il rigido padre Reynaud.

Vianne non è solo una cioccolatiera: ha un modo magico e intuitivo di comprendere i desideri delle persone, e attraverso il cioccolato – preparato con passione e simbolismo – riesce a toccare il cuore degli abitanti, rompendo le barriere della paura, dei giudizi e delle convenzioni.

 Mentre Vianne stringe legami con personaggi emarginati e fragili (come Josephine, una donna abusata dal marito, o Armande, un’anziana ribelle), si trova a lottare contro il moralismo ipocrita e il controllo esercitato dalla religione istituzionalizzata, impersonato da Reynaud, che vede in lei una minaccia al “buon ordine” e alla “virtù”.

 Il romanzo si sviluppa come una danza tra la tentazione e il giudizio, il cambiamento e la resistenza, la libertà e la paura del diverso.

 Alla fine, Vianne non combatte con rabbia, ma con gentilezza, dolcezza e autenticità.

 Il villaggio, lentamente, si trasforma. E anche Vianne impara qualcosa di nuovo: che forse non è necessario fuggire sempre per restare fedeli a sé stessi.

 Chocolat fa riflettere sul fatto che: vivere non è solo aderire alle regole – anche quelle spirituali o tradizionali – ma saper accogliere la propria umanità nella sua complessità: i desideri, i piaceri, le fragilità; il piacere – rappresentato simbolicamente dal cioccolato – può essere strumento di connessione, empatia, guarigione.; la comunità e la fede possono essere nutriti non solo dal rigore, ma anche dalla compassione, dalle relazioni, dal gusto del vivere.

La gioia e il piacere, anche nei loro aspetti più terreni, non sono da demonizzare; piuttosto, possono essere vie di salvezza, se messe in dialogo con i valori morali, la tolleranza e l’ascolto.


 In alcuni contesti, a volte, la novità non è curiosità di scoperta, ma affronto a usi e costumi consolidati.

 La presenza di Vianne, silenziosa e gentile, diventa un invito a mettere in discussione l’ordine rigido del villaggio: le abitudini, le regole morali, la paura del piacere, l’idea che la virtù consista solo nella rinuncia.
 Vianne non fa sermoni, non impone nulla.
 Offre cioccolato, ascolto, accoglienza.
 E in quel gesto semplice c’è un messaggio potente: la dolcezza può essere rivoluzionaria.

Parlare di questo romanzo significa parlare di autenticità e giudizio, di paura del diverso, di come spesso anche chi predica accoglienza finisca per escludere ciò che non è in grado di comprendere o non vuole farlo, per paura di (ri)scoprire parti sgradevoli di sé con cui non vuole fare pace.
Entrare nella storia di Vianne vuol dire riconoscere ognuno il proprio desiderio di libertà e la fatica di viverla pienamente quando il mondo attorno chiede conformità.

 C’è chi si può rispecchiare in Vianne, capace di seguire il proprio intuito anche quando tutto la spinge a fuggire.
 C’è chi si può sentire più vicina a Josephine, la donna che impara lentamente a ribellarsi alla paura.
 C’è chi può riconoscere in Reynaud, il curato del paese, la parte di sé che cerca di controllare tutto per non affrontare l’incertezza e le proprie zone d’ombra.
Chi in altri personaggi.

 Chocolat non è solo una storia sul cioccolato ma il cioccolato diventa una metafora del percorso di conoscenza di sé.
Perché anche noi, come il cioccolato, abbiamo bisogno di calore per trasformarci, di pause per raffreddarci, di tempo per diventare ciò che siamo davvero, di volta in volta trasformandoci.

 Il romanzo è una riflessione sul piacere come via di riconciliazione con sé stessi, sulla libertà e la tolleranza, sul potere della gentilezza e delle relazioni autentiche, sul cambiamento che non significa perdere sé stessi piuttosto imparare a ritrovarsi.
 E forse anche sul perdono, quel perdono che non giustifica, ma libera.

 Il fondo non c’è niente di male nel godere delle cose buone, finché non ne diventiamo schiavi.


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