La delega incosciente alla “parola magica”

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Chi ha una certa familiarità col mondo dei bambini sa bene quale sia la parola magica che apre le porte dell’ottenimento di qualcosa: “Per favore”.
Molto educativo, sicuramente: la cortesia fa sempre bene, a qualsiasi età.
Tuttavia noto un lato ombra di questo metodo educativo: quando alcuni bambini, mia figlia compresa, mi chiedono qualcosa e io rispondo di no perché a mio parere non è il caso o il momento opportuno per concederglielo, puntualmente scatta in loro un sentimento di ingiustizia e li sento replicare: “Ma io ho detto la parola magica, ho detto per favore!”
A quel punto è necessario un comma chiarificatore della regola, ossia:
la parola magica non apre tutte le porte, ma solo le porte che è possibile aprire.
 
E i bambini, tendenzialmente, hanno tempo ed elasticità mentale sufficienti per elaborare questa limitazione all’illusione che basta una parola per vedere realizzati tutti i desideri e imparano a far pace col fatto che ci sono anche tanti altri fattori che influiscono: il momento giusto, il costo (non solo economico), la conquista con buoni comportamenti, la considerazione se è davvero qualcosa di auspicabile, le conseguenze, ecc. E, sempre tendenzialmente, i bambini sono accompagnati dai grandi in queste analisi variamente sfaccettate.

Ma come la mettiamo quando sono gli adulti a scaricare la responsabilità della propria vita alla parola magica voglio, sulla base del proverbio ingannevole volere è potere?
Volere è potere solo quando ciò che si vuole è possibile.
 
Io posso volere ardentemente di svegliarmi al mattino e, magicamente, riuscire a salire su un palco e danzare insieme a Roberto Bolle; ma non è possibile, per cui passare il mio tempo in questo desiderio e interiorizzarne la frustrazione sarebbe solo uno spreco sconsiderato delle mie energie e dei miei preziosi anni.
Ancora, volere è potere, non solo quando ciò che si vuole è possibile, ma soprattutto quando si fa qualcosa per renderlo possibile.

Ipotesi: voglio diventare un’eccellenta cuoca? Va bene, inizio a fare tutte le mie considerazioni di fattibilità (tempo, energia, strumenti, mio reale interesse e non indotto da altri…) e di costi-benefici sulla mia nuova passione e scopro che sì è possibile.
Bene, ora arriva la parte fondamentale: ossia devo imparare a cucinare eccellentemente, frequentando corsi, informandomi ed esercitandomi tantissimo, perché nessun pasto e gratis! Inoltre, il fatto che io mi consideri un’ottima gourmet (preciso: siamo sempre nell’ambito dell’ipotesi, non della realtà) non mi dà il diritto di pretendere di saltare tanti passaggi della mia formazione, non solo tecnica ma anche umana (perché una professione non è fatta di sola tecnica, ma anche della maturità utile per applicarla correttamente!)
Poi, siamo d’accordo, ognuno segue un proprio percorso che non può e non deve essere uguale per tutti perché si negherebbe ogni differenza che ci contraddistingue, ma da una cosa non si può precindere, ossia: l’impegno, il lavoro, la costanza, prima per vedere realizzati i propri voglio, poi per mantenere ciò che si è realizzato.
E ciò vale per chiunque, anche per chi non dimostra all’esterno alcuna fatica né se ne lamenta!


L’unico posto in cui successo viene prima di sudore è il dizionario.
(George Bernard Shaw)

 

 

 

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