Un anno da raccontare: un racconto al mese per tutto l’anno, scritti e illustrati da autori diversi – Settembre

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Tutte le cose della sua vita

racconto di Laura Cerioli

illustrazione di Antonio Rosa

 

Antonio Rosa

La prima volta non ci aveva fatto molto caso. D’altra parte non erano ancora le 6, fuori iniziava appena ad albeggiare e lei non aveva nemmeno bevuto il caffè. Quando aveva aperto il cassetto delle scarpe da corsa aveva notato qualcosa di diverso dal solito, ma lo aveva attribuito al torpore del sonno, che si sarebbe dissipato solo dopo essersi messa in movimento. Era quando era rientrata che non aveva più potuto negare che ci fosse qualcosa di strano. Sembrava che ogni cosa su cui posava gli occhi non si accontentasse più di essere semplicemente un oggetto inanimato ma volesse dire la sua, trovare la sua voce.

Se ci pensava non era poi così strano, in fondo era così che gli istanti restavano nella memoria, attaccati ad un oggetto che diventava qualcosa di più di quello che si vedeva. Sentiva ancora il fresco dell’ombra delle piante sul terrazzo, il cigolio leggero del rubinetto dell’acqua, il peso dell’annaffiatoio con cui andava a riempire i sottovasi, uno a uno, meticolosa anche a sei anni, sotto lo sguardo attento della bisnonna. O il profumo del legno che bruciava nella cucina economica, la resina che incolla le dita, il calore rovente dello sportello che si apre per accogliere la forma irregolare dello strudel. Il giardino con i sassi piatti su cui il pallone rimbalzava bene, la pianta di fico con quel ramo perfetto per arrampicarsi e in un attimo essere dall’altra parte.

Tutte le case della sua vita, tutte le cose della sua vita.

Era stato suo padre, senza saperlo. Le era rimasta impressa quella scena, di lui che diceva alla madre che avevano finito di pagare il mutuo. Era abbastanza grande per conoscere il significato di quella parola, certo non per capire fino in fondo cosa significasse averci a che fare ogni mese, qualunque cosa succedesse. Aveva chiesto se era qualcosa da festeggiare e lui le aveva detto “Certo, festeggiamo che ne chiediamo un altro!”

I soldi non servivano a comprare, a possedere. I soldi servivano nella misura in cui ti permettevano di vivere.

E quella mattina sembrava proprio che gli oggetti avessero capito che, per essere scelti, dovevano raccontare anche loro una storia. Portare un ricordo, ispirare la realizzazione di un sogno.

Aprì il cassetto così com’era, in pantaloncini e senza nemmeno darsi il tempo di fare la doccia. Lo tirò fuori con un gesto deciso, non le bastava estrarre le scarpe una alla volta, voleva rovesciarle tutte sul pavimento, sedercisi in mezzo e sollevarle per osservarle da vicino. No, non si era sbagliata. Era come se ogni singolo paio fosse passato attraverso un enorme caleidoscopio di immagini e avesse scelto quella che più lo rappresentava, per portarla con sé. Nella suola di quelle azzurre, che ormai usava solo per andare a passeggio, sembravano incastonate le stesse gocce che l’avevano accolta alla prima maratona, trasformate in bolle lucide di ogni sfumatura di pioggia. Le stringhe delle scarpe da trail terminavano con degli scintillanti fiocchi di neve, uguali a quelli della prima corsa dell’anno sulle colline, insieme agli amici che non vedeva da troppo tempo. Sulle scarpe gialle e consumate dalla polvere, che le aveva prestato sua sorella e che alla fine erano rimaste con lei, l’etichetta posteriore era sparita per essere sostituita dal profilo, nitido e inconfondibile, di quel vulcano sulla cui vetta era arrivata solo pochi mesi prima. In un angolo c’erano anche i vecchi sandali di plastica, quelli che aveva sempre detestato ma che ora non erano più solo delle calzature brutte quanto funzionali. La semplice fascetta piatta e trasparente del cinturino era diventata candida, mostrando lo stesso profilo frastagliato dell’isola dalle infinite calette di quella vacanza di tanti anni prima.

Ora che ci faceva caso, non erano solo le scarpe. Alzando lo sguardo si accorse che l’intera casa sembrava aver preso vita, come nel gioco di specchi di una casa stregata al luna park. Era come se ogni oggetto che aveva comprato avesse deciso di rivelare il suo significato reale, dato dalle esperienze e opportunità che apriva, più che dal colore o dal materiale di cui era composto.

Nello studio, la borsa del computer era panciuta come non mai: il suo sottilissimo laptop si era reincarnato nel vecchio Mac azzurrino che aveva imparato ad usare in quei mesi a New York. Solo un oggetto, ma che raccontava tanti dettagli che persino lei credeva di aver dimenticato: i corridoi silenziosi degli uffici, quando a fine giornata tornava lì perché le parole diventassero la prova del filo che la legava a casa; la vista sulla piazza rotonda, il mappamondo uscendo dalla metropolitana, la distesa verde che si apriva e la accoglieva, come braccia amiche tra le sagome risolute degli edifici; le strade così lunghe che pareva impossibile che prima o poi si tuffassero nel mare. Certo, non era l’ideale da portare in giro, ma quanta tenerezza sentiva per quella “se stessa” appena uscita dall’università, che per la prima volta comprava un biglietto per volare da sola dall’altra parte dell’oceano?

A proposito di oceani, alzando lo sguardo vide che sulla mappa che occupava un’intera parete del salotto piccole navi stavano tracciando le rotte degli esploratori dei secoli andati, i treni solcavano le immense pianure dell’Asia, gli spazi si andavano riempiendo di un intreccio di possibilità, di incontri, di spostamenti. Le guide di viaggio allineate sulla mensola sembravano oscillare, come accarezzate da una brezza. E avvicinandosi appena si sentiva come un mormorio, come se le parole stampate avessero deciso che era giunto il momento di avere una colonna sonora: cornamuse, ritmi da ballare in una piazza, onde e vento, un fiume che scorre lento, traffico e voci e il tintinnare di bicchieri in un pub.

Lo zaino, a proposito. Andò a tirarlo fuori dall’armadio, lo afferrò per sentirlo raccontare la sua storia. Era rovente del sole del deserto del Mojave, le cui tracce di polvere – ne era certa – si potevano ancora trovare in qualche tasca. Era impregnato dei profumi di cucine distanti migliaia di chilometri, ma tutte uguali nel desiderio di farti essere parte di una famiglia, anche se per un giorno solo. Ci volle solo un istante per aprirlo e sentire la frescura di un’alba sulla Cisa, provando vivo come allora quel moto di commozione nel passare in silenzio a fianco di quel gruppo di cavalli semi bradi, il puledro che si avvicina curioso come se fosse pronto a mettersi in posa per una foto. In fondo, la busta in cui di solito teneva i contanti da cambiare stavolta era piena di foglietti colorati, ognuno con una calligrafia differente: i nomi di ogni persona incontrata, i luoghi in cui era arrivata per la prima volta o così noti che li aveva scoperti provando ad osservarli da capo, con uno sguardo diverso, smettendo di lasciarli sullo sfondo per provare a vederli davvero.

Le avevano detto che a quarant’anni bisognava mettere la testa a posto, che era il momento di gettare basi solide per non restare spiazzati, un giorno. Che era il caso di fermarsi, fare le scelte tenendo la testa sulle spalle e i piedi per terra, smettere di inseguire troppi sogni e scegliere la sicurezza.

Osservare la strada fatta, progettare il futuro. Quella mattina però si era ricordata che le cose avevano senso non per quello che erano, ma quello che potevano essere.

Guardò il calendario e scelse la prossima destinazione.

 


Laura Cerioli: Coach e viaggiatrice, runner e scrittrice.

Come Job & Personal coach lavoro con chi guarda un bivio davanti a sé e non sa quale percorso scegliere, con chi vuole disegnare l’itinerario che lo porti a raggiungere i propri sogni e obiettivi, con chi non ha più voglia di percorrere la strada indicatagli da altri ma vuole tracciare la propria. Utilizzo spunti legati al viaggio per fornire strumenti concreti a chi desidera realizzare il proprio progetto, lavorativo ma non solo.

Viaggio per scoprire e lasciarmi stupire, studio nuove lingue per poter comunicare con le persone, sono affascinata dalle storie nascoste nelle parole di ogni singolo individuo, scrivo per non perdere i momenti che mi sono vengono regalati.

www.25esimaora.com

www.facebook.com/lauracerioli.coach

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Antonio Rosa: Nato a Stresa, dove anche oggi vivo e gestisco l’albergo di famiglia, ho vissuto per molti anni all’estero ispirato dall’inclinazione ricevuta in eredità da mio padre, che ancora oggi dipinge con passione e costanza. A Parigi ho vissuto molti anni, studiando all’Accademia Jean Bertholle e lavorando come pittore. Sempre in Francia ho insegnato pittura e fatto diverse esposizioni. Oggi continuo a dipingere cercando di coniugare le due vite: in hotel porto il mio lato artistico nelle attività quotidiane, negli arredi come nelle continue ristrutturazioni e soprattutto nell’accoglienza dei nostri clienti. 

Viaggiando dall’altra parte del mondo o pedalando sotto casa porto sempre con me un blocco per raccontare in immagini la storia e le sensazioni di quello che osservo.
Trascorro volentieri periodi a Parigi, mio luogo principe di ispirazione, dove riesco a perdermi e ritrovarmi dedicandomi pienamente alla pittura e all’arte.

Per vedere altre mie opere o avere ulteriori informazioni, scrivetemi pure all’indirizzo ant.rosa@hotmail.it.

 

 

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