Un anno da raccontare: un racconto al mese per tutto l’anno, scritti e illustrati da autori diversi – Maggio

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Io scelgo rosso

racconto di Giada Varvello

illustrazione di Agata Colombo

 

Agata Colombo

Fissava immobile il suo bicchiere di vino.

Poteva sentirne il profumo da lì. Ne avrebbe bevuto volentieri un sorso, ma sembrava che il braccio non avesse intenzione di muoversi. Gli occhi si spostavano lenti, passando in rassegna gli oggetti nella stanza, tutto si era messo in pausa. Il corpo era pesante, come immerso nel cemento e la testa non aveva più voglia di comandare niente e nessuno.

Aveva l’inquietante sensazione che tutto la stesse fissando, come in attesa di un cenno verso una direzione.

Ma lei di direzioni non ne aveva più.

Non lo aveva mai confessato a nessuno. Troppo strano. Troppo diverso, per l’ennesima volta.

“Ti crederanno matta”, questa era l’unica voce che sentiva in testa quando era tentata di condividerlo.

Ma all’improvviso era diventato impossibile sopportarne un altro minuto.

All’inizio non se ne era neanche accorta, le cose apparivano semplicemente sfumate, meno vivide e lei aveva continuato a fare tutto a testa bassa, con il pilota automatico, lasciando andare un tono alla volta, un riflesso alla volta.

Oramai erano dieci anni che tutto era in bianco e nero.

Niente più blu profondo del mare, niente più rosa brillante dell’albero fiorito davanti alla finestra della cucina, niente più…

Solo un colore rimasto: il rosso brillante del suo rossetto preferito.

Si era spenta prima lei o i colori?

Aveva sempre cercato di non pensarci, ma ora che tutto era fermo, che tutto taceva, provare a trovare una risposta sembrava l’unica strada percorribile.

La vita non le aveva presentato prove troppo difficili, il suo racconto non era fatto di traumi e maltrattamenti. Aveva una storia semplice, nella media. Una famiglia che l’aveva amata a modo suo, la scuola, l’università, gli amici.

Così tante persone da accontentare, da fare felici. Così tanti pezzi del puzzle da far combaciare.

Solo che alla fine si era trovata a costruire un puzzle che non era suo.

Non ne riconosceva neanche una tessera.

Più se ne accorgeva più le mancava il fiato.

Aveva ignorato la sensazione di non appartenere veramente a nulla ed a nessuno, quel vuoto nello stomaco che, con il passare degli anni, era diventato un cratere.

Agitarsi alla ricerca di un gruppo a cui appartenere, a cui somigliare, da cui essere vista ed accettata, sembrava l’unica cura che potesse portare un po’ di sollievo.

Ma il meccanismo era perverso, più aumentava il “fare”, più si piegava al carattere, alle esigenze o alle caratteristiche altrui, più si sentiva diversa, mai abbastanza per essere veramente parte di qualcosa.

E per ogni pezzo di sé a cui rinunciava, si toglieva un colore dalla tavolozza delle sue giornate.

In fondo non aveva reagito o cercato soluzioni alla sua vita in bianco e nero anche per quello, le sembrava una giusta punizione per tutte le volte che si era tradita, dimenticata, messa da parte. In natura, pensava, tutto si bilancia spontaneamente.

Oggi, come faceva tutti i giorni, aveva tirato fuori il suo rossetto per guardarlo: l’ultimo segno di speranza rimasto. In genere la confortava osservare il suo rosso brillante, diceva a se stessa che il giorno dopo avrebbe trovato la forza di capire chi era, cosa le piaceva, di dire di no alle cose che non la facevano stare bene, di fare un piccolo gesto per se stessa; così piano piano avrebbe riavuto indietro tutti i colori. La mattina seguente, però, cambiare sembrava più spaventoso di rimanere nel pantano in bianco e nero in cui navigava e a malincuore lo sceglieva nuovamente.

Ma questa volta tutto aveva rallentato fino a fermarsi, quando aveva appoggiato il rossetto davanti a sé le si era gelato il sangue:

nero.

Anche il rossetto era diventato nero.

Niente leggera brezza dalla finestra, niente suoni dal cortile.

Nero.

Immagini di cose mai fatte le passavano davanti come un film.

Nero.

Una vita piena che non aveva mai sperimentato.

Nero.

Non c’era più tempo per cambiare.

Nero.

 

Dalle sabbie mobili, all’improvviso, qualcosa produce un rumore assordante.

Sbatte la finestra con violenza e i vetri cadono in frantumi a pochi centimetri dai suoi piedi.

Sembra come un “ciak si gira”, l’ordine di fare qualcosa adesso o mai più.

Lei respira profondamente, cerca di tenere sotto controllo il battito del cuore. È così forte che le sembra di sentirlo in testa.

Prova a muoversi e con meraviglia ci riesce. I muscoli le fanno male, come se fosse stata in letargo per troppo tempo. Si alza e si guarda intorno, deve fare qualcosa perché ha in testa una sola parola:

nero.

Si ferma a pensare, “cosa vuoi fare?”

Una scossa la scuote, come se l’avesse attraversata un voltaggio troppo alto.

“Cosa vuoi fare?”, le gira la testa.

Per un momento è tentata di risedersi.

Nero.

Parte di corsa, a piedi nudi, verso la strada, senza neanche sapere il perché.

Le scale di marmo sono fredde, non le aveva mai sentite prima, le danno sollievo: almeno le sente, almeno è viva.

Il cancello è aperto e la portinaia, seduta lì accanto, è pronta a squadrarla da capo a piedi. Ogni giorno, d’istinto, prima di passarle davanti, si specchia sulla vetrata del laboratorio al pian terreno, per verificare di essere in ordine, di essere all’altezza.

I piedi rallentano, ma solo per un momento, neanche se ne accorge ed è già in strada.

Che cosa strana, oggi passandole accanto, la portinaia non ha neanche alzato la testa dal suo libro per guardarla.

L’asfalto è ruvido, ai piedi piace, ne sentono tutte le imperfezioni.

Passa davanti al fiorista, a quegli occhi verdi che quattro anni fa sono diventati grigio chiaro. Non aveva mai osato salutarlo, fermarsi a chiacchierare solo per il gusto di farlo, le avevano insegnato che era sconveniente.

Oggi, invece, la bocca non risponde ai comandi, si apre in un sorriso schietto e dice “ciao”.

Scossa.

Lui pieno di stupore alza la faccia dal vaso di tulipani che sta sistemando e i suoi occhi verdi le sorridono.

Occhi verdi.

I piedi non intendono fermarsi ed indugiare e proseguono il loro viaggio, in fondo lei sa dove stanno andando: verso il mare.

Vive da sempre in una città di mare, non se ne è mai voluta separare, ma non entra in acqua da quando aveva 8 anni. Aveva rischiato di annegare, un giorno, e la mamma si era spaventata troppo. Il divieto assoluto di rientrare in acqua era diventato un fedele compagno di viaggio che diceva la sua ogni volta che lei sentiva il richiamo delle onde, della salsedine.

Eccolo lì, davanti a lei.

I piedi nella sabbia procedono circospetti e prendono le misure, si chiedono se sta succedendo veramente.

L’acqua è lì a un metro da lei, basterebbe un gesto per correre nella direzione opposta.

Nero.

Un passo avanti e la sente. Gelida, accogliente come la ricordava, le circonda la caviglia come per abbracciarla, per ridarle il benvenuto ed è subito casa.

Il corpo prende il sopravvento e cammina, salta, sbatte i palmi delle mani sull’acqua e la lancia in alto. Le gocce le ricadono sulla faccia.

Balla, balla per il mare che è tornato blu, balla per la gioia di muoversi senza programmare come, balla per il calore che ti dà solo l’appartenere a te stessa.

Pammmm. Sbatte la finestra.

Come è possibile? La finestra? In mezzo al mare?

Viene colta dalla nausea.

Si strofina gli occhi e si guarda attorno.

È seduta a casa sua, davanti al suo bicchiere di vino: tutto è in bianco e nero.

È stato solo un sogno.

Le manca il fiato.

Un attimo, manca qualcosa: il rossetto!

Si alza di scatto ed inizia a perlustrare l’appartamento con foga, sbatte contro lo stipite, spalanca la porta del bagno, ma niente.

Si gira, qualcosa non torna, la porta d’ingresso è aperta. Eccolo lì, per terra, davanti alla porta aperta, in tutto il suo splendido rosso.

Lo raccoglie e per la prima volta dopo tanti anni se lo mette, poi, senza pensarci un secondo, inizia a correre scalza giù dalle scale.

Non avrebbe sprecato un’altra occasione per ritrovare se stessa.

 


Giada Varvello: coach, blogger, mamma e sognatrice.

Trasferita a Zurigo dopo 40anni di vita milanese ne ho approfittato per stravolgere anche la mia carriera. Oggi aiuto chi si sposta in un nuovo paese a gestire la transizione ed a costruire per sé e per la propria famiglia una vita ed un lavoro di soddisfazione.

Il sorriso e l’ironia sono la mia ricetta per far fronte alle situazioni più difficili che la vita a volte presenta.

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Agata Colombo: ho 11 anni, sono gentile, coraggiosa e adoro gli animali. Mi piace andare a scuola e la mia materia preferita è la matematica.

Quando mi tuffo in acqua per nuotare mi sento libera.

 

 

 

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