Un anno da raccontare: un racconto al mese per tutto l’anno, scritti e illustrati da autori diversi – Marzo

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Mezzamanica

racconto di Matilde Scarpa

illustrazione di gramatico

 

gramatico

Mezzamanica viveva ormai da due anni ai confini del villaggio. Da quando erano morti i suoi genitori, vuoi perché la roulotte in cui abitava disturbava la visuale del monte, vuoi perché i suoi esperimenti maldestri provocavano principi di incendi, gli abitanti del villaggio l’avevano spinto sino all’ultima lingua di terra prima dello strapiombo.
Mezzamanica era comunque felice perché da lì godeva di una vista mozzafiato e, quando le giornate erano nebbiose, in compagnia delle nuvole, immaginava di vivere in un mondo fatato. Gli dispiaceva solamente non poter giocare con i suoi amici. Talvolta nelle sere d’estate si avvicinava al centro del paese e gli amici gli correvano incontro, ma venivano immediatamente richiamati dai genitori che li tiravano dentro casa per le orecchie, con un te l’ho detto mille volte che… e poi la voce si spegneva coperta dal rumore del portone, sbattuto contro i suoi occhi neri come la notte.

Mezzamanica aveva comunque le sue lingue di fuoco con cui giocare. Fin da piccolo, insieme ai suoi genitori, aveva imparato a chiamare il fuoco a sé, plasmandolo in lingue che si divertiva a lanciare in ogni dove. Per divertire gli amici che di nascosto andavano a trovarlo, inventava nuovi modi per farle danzare e volare. Nonostante non fosse ancora riuscito a creare un perfetto equilibrio tra il farle divampare e smorzarle, non si dava per vinto: avrebbe trovato la tecnica giusta, quella che i suoi genitori non avevano fatto in tempo a insegnargli.
Si ricordava le loro parole quando, scoraggiato, diceva «Non ci riuscirò mai!»
«Dovrai fidarti piú della tua mente e del tuo cuore, non dimenticarlo mai», gli rispondevano, e lui ci provava ma talvolta le lingue di fuoco scappavano via e ora, sul tavolo della sua roulotte, c’era una lettera ufficiale di allontanamento dal villaggio. E lui si chiedeva dove sarebbe potuto mai andare più lontano di così. Eppure, a quanto pareva, non aveva alternative.

La risposta non si fece aspettare, una sola parola – Via –  accompagnata dalla specifica –  via di qui! 

Il Capo del Villaggio gli aveva intimato di non mettervi più piede e, quando lui disse che doveva comprare il tozzo di pane e la bottiglia di latte, gli arrivò una risata forte dal Capo e delle parole che non capì – Ahahahaha, imparerai anche a non mangiare – e lui proprio non capì.

Stava iniziando a preparare i bagagli e la sua casetta su ruote per la partenza, quando una notte un boato esplose dalla montagna. Fu talmente forte che sentí la roulotte scivolare verso il precipizio. Uscì d’un balzo con lo sguardo esterrefatto rivolto al villaggio. Chiamò le lingue di fuoco e i suoi timori trovarono conferma: la montagna era arrabbiata, gli abitanti del villaggio non facevano altro che ferirla. Adesso aveva iniziato a ruggire e tutti sapevano che, dopo il ruggito, la montagna avrebbe sputato fuoco e in un paio di giorni il villaggio sarebbe stato distrutto.

Mezzamanica senza pensarci su si mise a correre verso il paesino preoccupato per gli amici e le loro famiglie e sentiva ora che tutte le parole e gli insegnamenti dei suoi genitori assumevano un senso. Arrivó alla piazza affollata da tutti gli abitanti buttati giù dal letto dalla rabbia della montagna.
– Mezzamanica, Mezzamanica! – lo chiamavano a gran voce i suoi amici e lui corse loro incontro stringendoli felice nel vederli tutti sani e salvi, ma la sua gioia duró troppo poco.
– Eccolo, è tutta colpa sua! Fuori di qui! È lui che porta il male in sé! Mandiamolo via! – sentì urlare e un sasso lo colpì alla nuca stordendolo, altri sassi più duri lo ferirono poi alle spalle e alle gambe. Cercava di proteggersi ma si ritrovó solo con una grandine di pietre sul volto. Probabilmente avrebbero continuato se la montagna non avesse ruggito ancora più forte facendoli dileguare per la paura.
Mezzamanica ne approfittò per scappare e rifugiarsi nella sua roulotte, con il sangue che gli colava dal taglio a un orecchio. Respirava forte e apriva gli occhi sgranandoli facendo entrare l’aria per resistere. E resistette mentre guardava il precipizio sempre più vicino.

Durante la notte la montagna proseguì il suo lamento rabbioso e il mattino dopo Mezzamanica, in compagnia delle sue fidate lingue di fuoco, passando inosservato da dietro il villaggio, le si avvicinò che ancora sputava fuoco.
Sapeva che c’era un modo per far quietare la montagna, ma non aveva imparato a sufficienza dagli addestramenti dei suoi genitori: ricordava solo che andavano sino alla bocca della montagna e con le lingue di fuoco dialogavano con la Grande Vecchia.

Le lingue di fuoco danzavano di fronte a Mezzamanica pronte a giocare. Prese a plasmarle mentre parlava. Le lingue erano gli infuocati strumenti che portavano messaggio, forza e volontà in quel caos di rabbia. Le lingue di fuoco erano pronte ad incontrare il fuoco nero e scuro dell’ira. Doveva fermarlo, farlo arretrare. Ma come? Salí sui valichi non ancora intaccati dalle fiamme, concentrandosi sul cuore per la volontà e sulla mente per la direzione. Gli occhi neri erano più che un comando e la mano alta orchestrava le lingue di fuoco verso la bocca della montagna. Sperava di dividere la forza così da far arretrare la furia del fuoco. Ma l’esplosione lo sbalzó lontano e, anziché diminuire, il fuoco aumentò! Corse via spaventato attraverso il bosco e, una volta al riparo, esausto si addormentó.

Gli abitanti del villaggio dovevano essere davvero infuriati, perché fu svegliato in piena notte da una sassaiola sulla roulotte e da un coro inviperito che urlava:
– Via di qui Mezzamanica!
Era così affranto che, per confortarsi, aprì il vecchio baule dei suoi genitori che stava accanto al letto per sentirli sempre vicini. Lo aprí e iniziò a guardare le foto (lui, la sua mamma e il suo papá) e tanti oggetti che lo riguardavano: la pagella scolastica (oh se la ricordava la scuola! a lui piaceva tutto e le scienze in particolare), le sue scarpine e il guanto preferito che usava per giocare con la neve. Trovó poi il suo atto di nascita, con il nome dei suoi genitori e il suo e si ricordó che il suo nome non era affatto Mezzamanica, come oramai tutti lo chiamavano, bensì Antonio. E dagli occhi neri scivolarono lacrime roventi. Lui non era Mezzamanica, lui era Antonio.

Scorse in fondo al baule anche un libretto nero chiuso con un elastico giallo e sulla copertina era scritto con caratteri rosso fuoco “per Antonio, per il suo diciottesimo compleanno”. Andò a rileggere la sua data di nascita e mancavano due mesi al compimento dei suoi 17 anni. Non avrebbe dovuto aprirlo ma lo fece lo stesso.

Era un manuale, il Manuale del Fuoco. Si mise comodo sul letto e posizionò la lampada ad illuminare gli esercizi pratici per guidare le lingue di fuoco, ossia tutte quelle nozioni che a lui sfuggivano ma che ora gli sembravano quasi ovvie e, quando arrivò al capitolo su “il ruolo del maestro del fuoco” si sentí investito da una forza sorprendente: tutto ciò che leggeva era giá dentro di sé. Crolló nuovamente dal sonno sull’ultima pagina mentre albeggiava, fino a quando il furore della montagna lo risveglió in pieno giorno. Si lanciò fuori dal letto, corse lungo il bosco e iniziò la scalata verso la bocca infuocata e, mentre cercava il sentiero migliore, si accorse che alcuni uomini del villaggio lo avevano avvistato e presero a corrergli dietro.

Non poteva permettersi di farsi acchiappare altrimenti non sarebbe riuscito a salvare il suo villaggio, ma fu colpito alla nuca da una pietra che lo fece cadere e si sentì afferrare dai tre inseguitori che lo strattonavano accusandolo di essere la causa dell’ira della montagna e che per calmarla l’avrebbero impiccato. Mezzamanica aveva il cuore che pareva volesse fuggire dal suo petto tanta era la paura. Certo non intendeva essere impiccato. Il suo obiettivo era parlare con la montagna e placare il fuoco nero. Cercava di liberarsi dalla stretta, ma i tre energumeni lo stavano trascinando di peso giù al villaggio. Fece dunque appello a tutte le sue forze e soprattutto alla sua mente e si ricordò di come riusciva sempre a divincolarsi dalla presa del padre quando giocavano a fare la lotta insieme. Perciò, facendo leva sulle forti mani che lo stringevano, fece una capriola su se stesso come per togliersi il maglione e, grazie alla mezzamanica, tutto il suo corpo scivolò fuori e si liberò dalla stretta dei suoi assalitori. Avere solo un braccio si era sempre dimostrata un’arma vincente quando giocava col padre. I tre uomini rimasero sbalorditi con la sua felpa vuota tra le mani e Antonio colse quell’attimo di sorpresa per erigere una barriera di fuoco grazie alle fidate lingue di fuoco con le quali corse di nuovo incontro alla bocca della montagna, che sputava palle di fuoco potenti e sempre più rabbiose.

Antonio sapeva che la montagna aveva tutte le ragioni per essere furibonda con gli abitanti del villaggio che la saccheggiavano da tempo portando via la terra e abbattendo gli alberi, ma questo fiume nero di rabbia l’avrebbe distrutta definitivamente. L’unica soluzione era deviare la collera e convogliarla in qualcosa di utile e costruttivo, come deviare il fiume ardente verso la parte più colpita della montagna, quella a Nord, per curarne le ferite. Non era facile parlare alla Grande Vecchia ma si fece forza rammentando le parole dei suoi genitori: «Ti serviranno il cuore e la mente». E con il cuore e con la mente parlò alla montagna mentre con il suo unico braccio e la sua unica mano fece partire la danza delle lingue di fuoco. Una danza vorticosa incendiaria che avviluppó il fuoco della montagna in un’unica danza spostandone la direzione sull’altro versante.

Ora però veniva la parte più difficile perché doveva placare l’ira della montagna. Le scienze che aveva sempre amato vennero in soccorso con la risposta: il triangolo del fuoco poteva essere disattivato togliendo un elemento, e ciò che alimentava il fuoco era la rabbia! Antonio conosceva la rabbia: come alla montagna era stata tolta la terra e gli alberi, lui era senza un braccio. E così parlò: – Grande Vecchia, il villaggio ha sbagliato e hanno capito la tua rabbia e sanno cosa accadrà in futuro se non ti rispetteranno. Perdonali -. E dopo pronunciò le parole magiche che lui aveva scelto – lingue di fuoco fatate adesso tornate – e fece rientrare le sue compagne d’avventura.

Una vento leggero inizió a ripulire il cielo dal fumo e dalla cenere e sprazzi di azzurro illuminarono la vallata. Antonio si girò verso il villaggio ora salvo e solo allora si accorse che tutti gli abitanti erano lì che lo osservavano increduli, come di fronte a una divinità. Iniziò a scendere verso il villaggio e i suoi amici gli andavano incontro correndo e osannandolo – Antonio, Antonio ce l’hai fatta, come stai? stai bene? sei ferito? – e lo abbracciarono stretto dandogli pacche sulle spalle, mentre gli uomini e le donne del villaggio facevano un passo indietro al suo passaggio. Quando poi Antonio prese a dirigersi verso la strada che lo conduceva alla sua roulotte fuori dal paese, sentì il Capo del Villaggio che lo chiamò e, imbarazzato, balbettò: – Mezz… Antonio, sì, ecco, ci saranno dei lavori da fare sulla tua roulotte e, se sei d’accordo, io e la mia famiglia vorremmo ospitarti a casa nostra. E passa al negozio per tutto il latte che vuoi.

Antonio sorrise e rispose: – Grazie, ci penseró.

Antonio continua a vivere nella sua roulotte con la bella vista mozzafiato, alla scuola del villaggio insegna scienze, tecniche del fuoco e salvaguardia del fuoco e della montagna.

Adesso tutti lo chiamano Antonio.

 

 


Matilde Scarpa scrive poesie da quando aveva 12 anni ma quelle di quel periodo le ha conservate in un cassetto e ha buttato le chiavei in mare! Nel 2017 ha invece pubblicato la raccolta di poesie Ali di Ferro e a gennaio 2018 dieci poesie in lingua inglese sono state pubblicate su 1ST (First) una raccolta di poesie di autori vari. 

Per poter sfogare la sua creativitá ha creato cinque diverse personagge – la CapoCondomina, l’Innamorata, la Poetessa, l’EternAdolescente e la Ribelle – che attraverso il blog Condominio 62 parlano e straparlano dal sito www.matildescarpa.com.

Attualmente sta lavorando ad un romanzo e ad un racconto lungo.

Oltre a scrivere, lavora come tutti i comuni mortali e studia perché le è stato detto che “non si finisce mai di imparare” e che “gli esami non finiscono mai”.

Ama la novità e per questo, dopo una vita spesa in quel di Sardegna, si è trasferita a Londra dove tra le ore di lavoro e scrittura, metropolitana, studia e passeggia lungo il Tamigi, si diverte da matti!

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