Bookcoaching: “Salta nel mio sacco” – Il denaro nelle fiabe

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Post pubblicato il 9 novembre nel blog di Accademia della Felicità, sul valore che diamo al denaro, di cui si parlerà nel Ciclo di Bookcoaching sul Denaro, presso l’Accademia della Felicità, dal 23 gennaio all’8 maggio 2018.

In questi giorni trascorro molto tempo con i miei genitori, cosa piuttosto rara per motivi logistici. Approfitto a fare scorta del loro speciale calore e ritorno un po’ bambina. Mi piace rivivere momenti della mia infanzia, soprattutto quelli dedicati alle storie, solo che ora i ruoli si sono ribaltati: sono io che leggo per loro. E cercando qui e lì un racconto per noi inedito, ci siamo imbattuti in una fiaba popolare corsa, dal titolo invitante, Salta nel mio sacco, che mi piacerebbe condividere con voi in estrema sintesi.

 

In tempo di carestia un padre male in arnese incoraggiò i suoi dodici figli ad allontanarsi dalle montagne del Niolo per cercar fortuna altrove, invitando i fratelli più grandi a prendersi cura di Francesco, piccolo e zoppo.
Ma così non fu e Francesco si ritrovò presto solo e in difficoltà, fino a quando, durante il sonno, la Regina delle Fate del Lago di Creno non gli curò la gamba con erbe miracolose. Al suo risveglio Francesco fu talmente grato per il beneficio ricevuto che la Fata gli concesse due desideri, prontamente esauditi: “un sacco nel quale vada a finire dentro ogni cosa al mio comando e un bastone che faccia tutto quello che comando io”.
La Fata si fidò e fece bene.
Innanzitutto Francesco chiese di far entrare nel sacco una quantità di cibo e vino sufficienti per un pasto dignitoso. Una volta riprese le forze proseguì il cammino verso Mariana, dove c’era un convegno dei più bravi giocatori della Corsica. Essendo povero, ordinò di far entrare nel sacco un bel gruzzoletto, che gli fece meritare la nomea di Principe, ora noto per le sue ricchezze anche al Diavolo: questo, sotto mentite spoglie, sfidava a carte i giocatori fino a lasciarli senza un soldo, costringendoli al suicidio e a vendergli l’anima.
Il Diavolo, dunque, si presentò a Francesco, adulandolo come soleva fare con tutti, e lo invitò a una partita a carte; Francesco, che nel frattempo si era ben accorto di trovarsi davanti a Satana, finse di stare letteralmente al gioco. Perse ripetutamente ogni partita e, quando il Diavolo convinto della sua rovina gli chiese di vendergli l’anima, gli comandò di entrare nel sacco e ordinò al bastone di picchiarlo violentemente.
Alle suppliche di Satana per essere liberato rispose che gliel’avrebbe concesso a patto di veder resuscitati tutti gli uomini che si erano tolti la vita a causa sua. Una volta mantenuto l’accordo, il Diavolo sparì dalla circolazione e Francesco spronò i redivivi a non rischiare più la vita per il gioco, non potendo garantire di salvarli una seconda volta.
Con lo spauracchio delle botte del bastone nel sacco convinse anche un medico riluttante a prestare generosamente le sue cure a un pover’uomo che non poteva permettersi di pagarlo.
Inoltre, mise su una locanda per indigenti consentendo loro di sfamarsi senza spesa; ma solo fino a quando durò la carestia: una volta ritornata l’abbondanza, Francesco ritirò la sua offerta per non incentivare la pigrizia e invitando chiunque a guadagnarsi da vivere.
Continuò dunque a fare del bene fino a quando non invecchiò e la Morte non venne a fargli visita. Come ultimo desiderio chiese di rivedere la Regina delle Fate del Lago di Creno, la quale avrebbe voluto premiarlo ancora un volta per non aver abusato del suo potere. Tuttavia Francesco, soddisfatto di quanto già ottenuto, non volle di più e, una volta dato fuoco a sacco e bastone, comunicò alla Morte di essere pronto per congedarsi.

 

Carina, vero?
Abbiamo iniziato a commentarla insieme, io e io miei genitori, e sono venuti fuori degli spunti di confronto che continuano a ronzarmi nella testa: la denuncia del gioco illecito favorito da Satana; la lungimiranza del protagonista a non perseverare nell’offrire gratis da bere e mangiare per non istigare alla pigrizia e allo spreco delle risorse, piuttosto spronare tutti a investire nelle proprie capacità per guadagnarsi da vivere; la generosità di Francesco nel mettere a disposizione anche degli altri i benefici ottenuti grazie ai suoi meriti; la sua saggezza e morigeratezza nell’accontentarsi di quanto già conquistato.
Da qui la sfilza di domande su cosa induce a ridursi sul lastrico in nome di qualcosa che tutto è tranne un gioco, su quanto siano dannosi i vizi e le eccessive comodità non guadagnate con il lavoro, su quanto di più renda la sobrietà rispetto agli eccessi sregolati e su quanto sia preferibile la condivisione al posto dell’egoismo…
E rifletto in generale sul ruolo fondamentale del denaro nella vita di chiunque, non solo per soddisfare i bisogni primari, che non dovrebbero mai essere negati a nessuno.
Penso in particolare a quanto il valore che noi stessi diamo al denaro influenzi le scelte e la percezione della qualità della nostra vita, e mi chiedo: quanto ci riteniamo veramente soddisfatti di ciò che abbiamo? quanto saremmo disposti a lavorare o a rischiare per ottenere di più? a quali compromessi potremmo cedere? soprattutto fino a che punto vale la pena preoccuparsi del denaro?
Credo si tratti di domande che sia giusto non lasciare senza risposta.
E ancora una volta confido nel potere dei libri per aiutare a rifletterci su, con un Ciclo di Bookcoaching sul Denaro, presso l’Accademia della Felicità, dal 23 gennaio all’8 maggio 2018, in 4 incontri a cui siete tutti invitati. Tutte le informazioni e il programma sul sito di ADF.

 

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