Un anno da inventare – Maggio – Una fata vestita da clown

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Una fata vestita da clown

racconto di Flavia Ingrosso

illustrazione di CromaNticamente


Driiin

– Ehi mamma…

– Caterina, tu lo sai che non sono tua mamma, vero?

– E chi lo dice?

– Mmmmm, la natura?

– E che ne sa lei?

– Mai sentito parlare di api, fiori…

– Ma non dare retta alle favole. Che ne sa la natura di noi? Che ne sa di chi siamo, di cosa abbiamo bisogno, dei nostri umori, delle nostre emozioni? La natura se ne frega!

– Mmmm, leopardiana oggi, eh?

– Sì, sono una panterona, lo sai!

– Ops, non intendevo proprio questo, ma lascia stare. Dimmi tutto.

– Cosa stai facendo di bello, Maia?

– Scrivo.

– Cosa?

– Pensieri, sogni, stati d’animo…

– Di sabato pomeriggio a maggio?!

– Perché c’è qualcosa di male?

– No no, per carità… Ognuno passa il tempo come gli pare.

– Noto una punta di sarcasmo.

– Ma figurati… Ed è utile scrivere?

– Mah, per me sì, direi tantissimo.

– E per il mondo?

– Oddio, non saprei.

– Bè, allora piantala di essere egoista e preparati: passo a prenderti fra mezz’ora.

– E dove si va?

– A dare una mano al mondo!

Caterina era così! Probabilmente non aveva mai aperto un libro dopo la maturità, ma lei sapeva: sapeva quale era la cosa giusta da fare per sé e per gli altri, sapeva quando era il momento di arrivare, lo sentiva quando era il caso di intervenire e interrompere Maia dalle sue incombenze più o meno sensate. Spesso lo faceva con goffa irruenza, ma sapeva, e soprattutto c’era.

Caterina c’era sempre.

Prima che arrivasse la telefonata, Maia stava scrivendo sul diario giustappunto attendo il momento giusto per darmi una mossa, di sentire dentro l’ispirazione … Ma forse è una bugia che mi dico? Forse è un alibi al mio rinnovato senso di paura di lanciarmi? Sto di nuovo perdendo smalto e sicurezza? Direi di sì, piano piano mi sono spenta, ho permesso di spegnermi, ho investito troppo in strade senza uscita, vicoli chiusi che io avevo la pretesa di aprire. Che presuntuosa! E mi sono ritrovata io all’angolo, al buio, al freddo… C’è bisogno di progetti nella vita!

Chissà cosa aveva in mente Caterina, miracolosamene puntualissima a suonare con insistenza il citofono per reclamare la sua presenza. Incredibile l’impazienza dei ritardatari cronici!

Non appena la vide Maia esclamò: – Ben arrivata, Scaramacai, in quale circo ti esibisci stasera?

Caterina pareva un patchwork umano, con un’acconciatura riccia improbabile dal colore indefinibile!

– Spiritosona, meno male che ci sono io a portarti un po’ di colore… dài muoviti, abbiamo appena 7 minuti per un caffè al bar.

– Avrei potuto offrirtelo io a casa.

– E oseresti negarmi di perdermi negli occhi azzurri del cameriere?

Maia si arrese all’evidenza ed entrarano in una pasticceria dallo stile un po’ retrò per un caffè al volo.

– Avevi impegni oggi, Maia?

– Mmmm, sì. Vorrei andare a teatro.

– Con chi?

– Non so, a lavoro mi hanno regalato due biglietti ma ancora nessuno ha risposto al mio invito.

– A me non l’hai chiesto.

– Ci verresti?

– Ma figurati, neppure costretta con la camicia di forza!

– Appunto.

– Ma che vuol dire? chiedere è cortesia!

– Mmmm, forse intendevi dire domandare è lecito, rispondere è cortesia.

– Vabbè, fa lo stesso!

– Ma tu lo sai che la tua è una vita in un mondo parallelo, vero?

– Sì, lo so… e che vita la mia! Senti un po’, ce l’hai con te i biglietti del teatro?

– Sì, perché?

– Ok dammeli!

– Perché dovrei?

Che illusa aspettarsi una risposta da Caterina che, afferrato il bottino, lesta sgattaiolò verso una coppia di una certa età e visibilmente innamorata, seduta a un tavolo davanti a due tazze fumanti e un pacchetto regalo dal nastro color argento.

– Buon pomeriggio signori, cosa festeggiate di bello?

– Il nostro quarantesimo anniversario di nozze!

– Mmmm, con tisana e biscottini senza zucchero… tutta vita, eh? Avete impegni per questa sera?

– Ma… veramente…

«Ahia, mai mostrarsi tentennanti con Caterina, mai!», pensava da lontano Maia.

– Ora sì, ecco per voi due biglietti per un favoloso spettacolo teatrale per questa sera! A che teatro, Maia? – urlò dall’altra parte della sala.

– All’Alfieri – rispose Maia rossa in volto, fortemente a disagio di fronte al cameriere dal sorriso complice.

– Ecco sì, all’Alfieri… uno spettacolo piacevolissimo e romantico! Vi divertirete! E auguroni! Altri quaranta di questi giorni!

Caterina abbracciò con trasporto autentico i coniugi, lasciandoli muti e increduli.

Maia non ci provò neppure a frenare la furia di Caterina, che bevve il caffè tutto d’un fiato strizzando l’occhio al cameriere imbarazzato ma compiaciuto, e si impose di offrire lei.

– Maia, il tuo atto generoso quotidiano lo hai già fatto! A proposito, cosa andranno a vedere i due piccioncini stasera?

– Una riadattamento teatrale di Divorzio a Buda di Sándor Márai…

– Ah, e fa ridere?

– Neppure un po’.

– Romantico?

– No.

– Bè, di sicuro questo quarantesimo anniversario non se lo dimenticheranno mai più per tutta la vita. Forza, usciamo che abbiamo fretta?

– Abbiamo?

– Sì, siamo una squadra io e te, vero?

– Sarà… comunque è sempre bello quando qualcuno ti chiede il permesso di gestire le tue giornate!

– E da quando in qua bisogna chiederti il permesso per farti vivere?

 

Non appena Maia aprì la portiera e intrufolò la testa nell’abitacolo dell’auto, urlò: – Caterina, hai fumato!

– No.

– Sì, invece. Senti che puzza di fumo!

– Ah vabbè, una stamattina.

– Ma non si era detto che dovevi smettere?

– Tu lo avevi detto, mica mi hai chiesto il permesso!

– E da quando in qua bisogna chiederti il permesso per farti vivere?

Uno pari, palla al centro.

Con Caterima era così. Sempre. Per fortuna.

Nella loro estreme diversità, le due amiche riuscivano sempre a rimanere sullo stesso piano e guardarsi sempre negli occhi.

Stravagante oltre l’inverosimile, non c’erano aspettative che si potessero avere su Caterina, fonte inesauribile di entusiasmo, allegria e concretezza.

Se è vero che ognuno di noi è il risultato delle cinque persone più vicine, il peso di Caterina sul piatto positivo della bilancia era cinque volte superiore a quello degli altri e di questo Maia gliene era immensamente grata. Soprattutto, benché sapesse che non sarebbe stato affatto facile, avrebbe dovuto trovare altre Caterine per far risalire la china dell’ottimismo e dell’intraprendenza… nonché dell’imprevedibilità!

Sì perché una volta arrivate finalmente a destinazione, Maia si ritrovò nell’estrema periferia della città davanti a un casolare semidiroccato. Intorno a loro solo religioso silenzio.

– Caterina! Dove diavolo mi hai portato?!

– Qui.

– Sei insopportabile quando fai così!

– Ma stai tranquilla, non ti agitare! Qual è il problema?

– Siamo completamente da sole in piena campagna davanti a un casolare abbandonato… Mi aspetto solo che ora mi punti una pistola contro e…

Caterina scoppiò in una sonora risata, davanti allo sguardo esterrefatto di Maia, quando uscì da una porta sgangherata un ragazzo sui quindici anni, smilzo e scapigliato, vestito da folletto dei boschi con un’espressione smarrita, con in mano, guarda un po’,… un pistola!

– E quella dove l’hai presa?! – gli chiese correndogli incontro Caterina, con un tono che Maia non riuscì a decifrare se allarmato o esaltato.

– L’ho trovata in una cassa – le rispose candido il ragazzo.

– Ma pensa… fammela vedere! – Caterina afferrò la pistola e la maneggiò con tale maldestrezza utile ad alimentare l’apprensione di Maia, indecisa su cosa pensare. Anche il cuore aveva sospeso il giudizio non sapendo se battere all’impazzata per paura o per stupore: nel dubbio per un po’ smise di farlo!

– Ma cosa ci fai lì impalata, Maia? Avvicinati!

– Mai! Se non getti a terra quella roba lì!

– Ma cosa?

– La pistola!

– E perché dovrei? – chiese perplessa Caterina, prima di scoppiare nuovamente in una grassa risata: – Fammi capire, mi stai dicendo che pensi sia vera? Ahhahahaha, questa è proprio bella!

A Maia il cuore riprese a battere, più vivo che mai, e le gambe rimasero cautamente impietrite.

Maia aveva ora due scelte: starsene lì impalata come una bella statuina sola in mezzo al nulla oppure raggiungere quei due personaggi felliniani, che erano appena entrati nel casolare facendole segno di seguirli.

In realtà la scelta non si poneva affatto, perché neppure sotto minaccia sarebbe rimasta lì da sola e inebetita ad aspettare chissà cosa e chissà per quanto tempo, e fece appello a tutte le sue forze giurando a sé stessa che Caterina non l’avrebbe passata liscia!

Non appena varcò la soglia Maia dimenticò ogni velleità di vendetta, investita improvvisamente da un’esplosione di suoni e colori!

Caterina le fece segno di sedersi su uno scranno malmesso all’angolo della sala. Maia obbedì quasi ipnotizzata. Voci angeliche intonavano canti e giovani corpi danzavano su un palco improvvisato alla bell’e meglio, col sottofondo musicale di una band che ci sapeva fare.

Maia assisteva affascinata alle prove con silenzio reverenziale, quando le si avvicinò l’amica tutta matta.

– Bravini eh?

– Qui c’è un concentrato di talento, Caterina!

– Eh, lo so.

– Ma chi sono questi ragazzi?

– Vivono qui nel quartiere.

– E questa è una scuola? Chi sono gli insegnanti?

– Ma figurati, Maia! Benvenuta sull’altra faccia della terra! Sono tutti autodidatti, che non possono permettersi una scuola; e questo è veramente un casolare abbandonato, non si sa chi sia il proprietario… speriamo che non se ne accorga mai altrimenti dovranno trovare un altro posto!

– Non posso crederci!

Altro che Sándor Márai e Teatro Alfieri!

Qui c’era una trentina di adolescenti tutti impegnati a dare vita a uno spettacolo che prometteva grandi sorprese: cantanti, ballerini, sarti, costumisti, scenografi, macchinisti, acrobati, equilibristi, giocolieri… Un Cirque du Soleil clandestino!

– Devi credermi invece, sono serissima!… Ascolta, qui dobbiamo fare qualcosa.

– Tipo?

– Maia, questi ragazzi non hanno nulla, se non i loro sogni, ma non possono fare progetti! Lo capisci?

La capiva eccome la differenza Maia: – Ma cosa possiamo fare noi?

– Non lo so, Maia, non lo so. Inventati qualcosa!

– Ti pare facile…

– Mai detto che sia facile, Maia, ma dobbiamo provarci. Prima che sia troppo tardi e che inizino piano piano a perdere anche i sogni!

Poi Caterina venne chiamata a rapporto dal folletto dei boschi che voleva passare in rassegna con lei altri oggetti di scena, oltre alla pistola che aveva causato l’arresto cardiaco di Maia di qualche minuto prima.

Era interdetta, Maia, in bilico tra l’emozione di fronte a tanta arte e la frustrazione di non sapere come esser d’aiuto!

E fece capolino un dubbio: presentandole questo mondo sommerso Caterina chi aveva intenzione di aiutare? I ragazzi o Maia?

Caterina la guardava da lontano, ancora una volta le aveva letto nel pensiero e la risposta arrivò con un ammiccamento e un sorriso sornione: una cosa non avrebbe escluso l’altra.

Questa era Caterina, una fata vestita da clown!

 

 

 

 


 

Ringrazio CromaNticamente – Realizzazioni artigianali, per aver ideato, cucito, fotografato la bambola Maia!

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