Un anno da inventare – Aprile – Questa amicizia non è un albergo!

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Questa amicizia non è un albergo!

racconto di Flavia Ingrosso

illustrazione di CromaNticamente

 

 


 

«Sai, fossimo amici…» 
Quando diversi anni prima Maia ascoltò questa dichiarazione di esclusione ingenuamente pensò che si trattasse di una boutade o di un’uscita poco felice di un omino buffo e alquanto bizzarro. Era molto lontana dal sospettare quanto questa affermazione fosse rivelatrice: ciò di cui in seguito si rese conto fu che l’omino buffo e alquanto bizzarro era solo stato sorprendentemente schietto!

Maia si ricordò della scena surreale in una calda domenica di aprile, mentre era seduta sul prato al parco, a osservare le persone.
Gli esseri umani: meravigliose creature da cui si sentiva irresistibilmente attratta e, a volte, altrettanto respinta, per mancanza di intesa.

L’aliena era lei, o gli altri? Era arrivato il momento di scoprirlo.

Passò dunque in rassegna buona parte delle conoscenze fatte negli ultimi anni, partendo da quell’episodio risalente ai tempi in cui si era trasferita da poco in città per frequentare un corso di formazione professionale.

 

Entusiasta delle materie e dei colleghi, non le pareva vero di condividere gli stessi interessi con qualcuno, che sperava di frequentare anche oltre l’orario di lezione. Erano le prime persone che conosceva e da lì doveva partire se aspirava a creare relazioni.

Peccato che non fosse poi così facile: c’era chi, timido oltre l’inverosimile, rifuggiva la compagnia anche della propria ombra e chi non era propenso alla socializzazione fuori dall’aula, vuoi per disinteresse generico vuoi perché già pago del proprio giro di amicizie.

Fatto sta che per un anno intero Maia tentò faticosamente di costruire legami con i più ricettivi: li invitava da lei e cucinava per loro, proponeva passeggiate e spettacoli al cinema o a teatro, telefonava per una chiacchierata… Erano tutti cordiali e parevano apprezzare, ma nessuno la cercava: non c’era posto per lei nella loro vita.

Quel pomeriggio Maia era contenta perché qualcuno aveva afferrato la sua mano tesa: una ragazza l’aveva invitata insieme ad altri due colleghi di corso alla sua festa di compleanno, tra pochi intimi in casa. Il che la riempì di aspettative: qualcosa finalmente stava cambiando e forse iniziava a tessere una rete di amicizie.

Maia e gli altri due ragazzi si presentarono alla porta puntualissimi, forse troppo, perché venne ad aprire il compagno della festeggiata che con nonchalance disse ai tre: «Scusate, ma Nicoletta è ancora sotto la doccia. Fatevi una passeggiata e tornate più tardi, per favore»; poi rivolto a Maia, visibilmente sorpresa, aggiunse: «Vi farei pure entrare, ma sai, fossimo amici…»

 

E in effetti anche con Nicoletta l’amicizia non sbocciò.

 

Una volta iniziato a lavorare, con i colleghi andava d’accordo, con qualcuno si divertiva molto, ma con tutti il rapporto si limitava entro le pareti dell’ufficio. Solo uno era interessato alla frequentazione anche al di fuori e, con il senno di poi, il fatto che lui fosse tendenzialmente solo, pur essendo autoctono, avrebbe dovuto far suonare un campanello d’allarme.

Ma c’era una vera e propria orchestra nella testa di Maia, per la smania di vivere nuove esperienze; tanto che il trillo del campanello, qualora avesse mai suonato, si sarebbe comunque perso nella baraonda di tutti gli strumenti che suonavano a festa.

Così lei, vittima senza speranza di ottimismo e fiducia, accettò il suo invito a fare l’abbonamento alla stagione del balletto, nonostante la spaventasse l’idea di rincasare da sola a tarda sera con i mezzi pubblici. «Non preoccuparti, ti riaccompagno io», lui la rassicurò.

Come gesto di riconoscenza Maia tutte le volte, prima di entrare a teatro, gli offriva la cena in un simil fast food e lui non si faceva pregare, anzi sceglieva sempre il menu meno economico. E se ci si incontrava solo qualche minuto prima dello spettacolo, lui proponeva di prendere un gelato alla fine: e, sempre casualmente, aveva proprio voglia della coppa più grande, offerta rigorosamente da lei. «Ma quanto diavolo costerà mai questa benzina?», si chiedeva Maia che, con lo stipendio non da nababbo, doveva vivere. Il colmo arrivò quando una sera sulla strada del ritorno lui, che abitava ancora coi genitori, dopo averle raccontato dell’esperimento di andare a lavoro a mesi alterni con l’auto della madre e con quella del padre, per scoprire quale fosse più conveniente, concluse: «Certo, ora che ti sto riaccompagnando a casa i miei calcoli vanno a puttane…»

Fu anche l’ultima volta che Maia accettò un passaggio dallo pseudoamico, per evitare di mandarcelo lei a puttane la volta successiva!

E, dato che di fatto non avevano poi nulla da dirsi, nemmeno sulla danza, salutata la stagione teatrale si salutarono definitivamente pure loro.

 

Era davvero un’impresa entrare in confidenza con qualcuno, ma non si diede per vinta e iniziò a frequentare un’associazione per avere contatti umani, idee e valori condivisi, che le facessero provare quel senso di appartenenza di cui iniziava a sentire fortemente la mancanza.

Qualche mese dopo che partecipava alle attività aveva ospitato a casa una decina di persone per una riunione e approfittò dell’occasione per conoscerli meglio invitandoli prima a cena. Fu una bella serata, allegra e produttiva, si rivelarono tutti gentili e educati, ma una cosa la sorprese: nessuno le fece domande né si dimostrò interessato ad approfondire la sua conoscenza. Una volta usciti dalla porta, nessuno di loro ne sapeva qualcosa in più di lei, se non che fosse più o meno una buona cuoca, a seconda dei gusti personali.

Oramai erano anni che viveva nella nuova città e la maggior parte delle persone che aveva conosciuto non chiedeva niente, loro probabilmente la definivano discrezione, lei lo percepiva come disinteresse e mancanza di cura.

 

Ora che continuava a rifletterci seduta al parco le venne in mente un passaggio di Un uomo solo, romanzo disperato di Christopher Isherwood, spaccato di una desolante realtà, che tocca ogni essere umano:

ci sono cose che non sai di sapere, finché qualcuno non te le chiede … Qualcuno che ti faccia una domanda ci vuole prima che tu possa rispondergliMa è raro trovare qualcuno che faccia la domanda giusta. Sono tutti così poco attenti.

 

Poco attenti e sospettosi.

Tanti, troppi.

 

Maia alzò gli occhi al cielo, e lo vide di un azzurro intenso attraverso lo squarcio offerto dalle fronde degli alberi, eppure aveva sempre la sensazione che ci fosse una perenne nube funesta di diffidenza e cupezza, talmente intensa da non essere scacciata via da nessun vento.

Qualcosa non funzionava nelle sue relazioni, certo non con tutte, ma troppe per non farsi delle domande.

Dopo anni iniziava ad averne le tasche piene dell’atteggiamento guardingo di alcune persone: sempre sul chi va là ad attendere la mossa falsa che ne convalidi i sospetti. Sempre sotto esame! Che poi la mossa falsa arriva, prima o poi, che di perfetto a questo mondo non c’è nessuno e basta una svista per adombrare tutto il buono fatto in passato.

Ed è una lotta infinita, soprattutto senza vincitori: perde chi sbaglia, messo alla gogna, e perde chi scova l’errore.

Misero è chi ritiene di aver vinto quando cerca e riceve solo conferme di avere nemici intorno!

 

Quasi nessun casa era disposta ad ospitarla, anche per un discreto tè del pomeriggio. E, quando accadeva, sospettava che fosse un dover restituire il favore.

I suoi genitori le avevano insegnato con l’esempio l’accoglienza e aprivano sempre la porta ai suoi amici, e il confronto con un’altra realtà la faceva sentire respinta.

Per quanto non volesse giudicare razionalmente, le emozioni seguivano tutto un altro percorso non poi così logico.

Altre usanze, certo. Non ne faceva una questione di valore morale, ma di esigenze personali: voleva essere accolta, non sentirsi un’ospite indesiderata.

Iniziava a sentire il peso di alcune relazioni, prigioni dorate basate sull’affetto reciproco, non molto diverse da quei macigni sulle spalle che, prima di confidarsi con il diario, le impedivano di procedere spedita, lei che aveva sempre voglia di volare. E si chiedeva il perché portasse avanti queste relazioni, che tipo di valore aggiunto reciproco ci fosse.

E sì, lo capiva solo ora, mentre restituiva al mittente una palla arrivata sulle sue gambe da un lancio maldestro, che in tutte le relazioni lei aveva sempre cercato non solo degli amici e conoscenti, ma la famiglia, da cui era lontana e di cui sentiva bisogno di protezione e anche quel pizzico di indulgenza che non guasta mai.

Negli altri cercava quel fratello o quella sorella che non aveva mai avuto…

Il paradosso era però che era lei ad accogliere: ad aprire la sua casa, di mattoni e di cuore, era lei a proporsi come famiglia a chi una famiglia vicina già l’aveva… offriva ciò che avrebbe voluto ricevere. E di certo lo offriva anche a chi non gliel’aveva mai chiesto e ne faceva l’uso che più gli conveniva, non sempre in sintonia con le aspettative di Maia, che a troppe persone aveva concesso di gestire (male!) il suo tempo e le sue energie senza chiederle il permesso.

E a quel punto avrebbe voluto urlare: «Questa amicizia non è un albergo!»

Come una mamma data per scontata dai figli.

Aveva bisogno anche lei di sentirsi figlia, ogni tanto, ma doveva imparare a chiederlo, non poteva aspettarsi che tutti capissero, specialmente chi non era abituato a fare domande.

In fondo Giulio glielo aveva sempre detto: «Il mondo come lo vuoi tu non esiste!»

 

Ed era vero.

 

Aveva la possibilità di scegliere: o vivere in perenne frustrazione alla ricerca scriteriata e deludente di fratelli e sorelle, oppure prendere quel che gli altri volevano e potevano offrirle, grata e riconoscente.

Diede un significato diverso alla parola appartenenzafare parte della vita altrui, non rimuginare sui punti di separazione, continuare a costruire quei ponti che aveva già iniziato ad erigere.

Voleva smettere di cercare la coincidenza, la condivisione assoluta, ma finalmente abituarsi all’idea più realistica della connessione anche parziale tra lei e gli amici: non più ricerca bulimica di anime gemelle, piuttosto desiderio di vivere i punti di contatto con chi era già presente nella sua vita, già tanti e di qualità.

Ancora, non doveva piacere a tutti, né sentirsi in colpa se non favoriva un rapporto esclusivo con qualcuno; aveva bisogno di tutti gli stimoli che le arrivavano da tutte le belle persone: privarsene le dava un senso di soffocamento come accade a una sirena per troppo tempo fuori dall’acqua.

Si sentiva più matura: smessi i panni dell’adolescente perennemente innamorata e smaniosa di ricevere attenzioni altrettanto innamorate, stava per indossare quelli di una donna che non crede più nell’esistenza degli assoluti, ma apprezza le sfumature imperfette di ogni singolo rapporto.

 

Maia afferrò un ciuffo di erba e lo portò al naso: sapeva di fresco e di naturale spontaneità.

Sorrise poi a immaginare sé stessa a respingere alla porta un ospite indesiderato, magari dicendo: «Sai, fossimo amici…»


Ringrazio CromaNticamente – Realizzazioni artigianali, per aver ideato, cucito, fotografato la bambola Maia!

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