Un anno da inventare – Febbraio – Un amore tutto suo

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Un amore tutto suo

racconto di Flavia Ingrosso

illustrazione di CromaNticamente

 

Realizzazione bambola Maia e foto di CromaNticamente – Creazioni artigianali

 

 

Passeggiare in centro città il giorno di San Valentino non era ciò che si sarebbe potuta definire una brillante idea per chi, come Maia, aveva il cuore un po’ ammaccato: non c’era vetrina che non le ricordasse di non essere stata invitata alla festa, come se non parteciparvi fosse un’onta gravissima da giustificare.

Di fatto lei era sempre riuscita a proteggersi da tali sterili recriminazioni pensando che, in ogni caso, non si sarebbe mai sottoposta alla dittatura del marketing, becera riduzione dell’amore a un oggetto da acquistare più per dovere che per passione. Certo, Maia preferiva tenere per sé questo rifuggire dalle angherie mercatistiche, per non recitare agli occhi altrui la parte della volpe con l’uva della favola di Esopo.

Ma di tutte le lacune che sentiva di avere, con sensi di colpa annessi e connessi, quello di essere single proprio non la tangeva minimamente. O meglio, la viveva come una mancanza del tutto personale di cui non doveva dar conto ad alcuno se non al suo cuore ammaccato di cui sopra.

Fortunatamente San Valentino a lei non faceva l’effetto deleterio tipico dei cuori solitari, per quanto la solleticasse l’idea di rientrare a casa e trovare un fiore sulla porta: una sola gerbera dai petali color pesca arancio, e un bigliettino con poche parole Ti voglio bene e voglio il tuo bene…

Non chiedeva molto, ma forse sì: perché l’amore, di qualsiasi natura, non si chiede. Piuttosto si accoglie e lo si offre a chi può apprezzarlo: non si regala a chiunque né lo si pretende, tantomeno ci si può rassegnare a vivere un amore che non soddisfa…

L’amore può essere passionale o meno, cerebrale, allegro, tempestoso, romantico… insomma l’amore non ha definizioni, ognuno sceglie il suo, eppure lei aveva sempre avuto il talento di vivere amori sbagliati; proprio lei che era sempre stata innamorata dell’amore.

E probabilmente proprio questo era il problema.

 

Di rientro a casa non trovò né fiori né biglietti ad attenderla sull’uscio; non che ci avesse sperato più di tanto, ma ammise che nel tragitto di ritorno si era deliziata lusingando quel sogno. Sogno che, ad essere totalmente onesta con se stessa (e piano piano stava imparando a non nascondersi dietro inutili bugie), la accompagnava da tempo e ne aveva ampiamente scritto al mattino prima di andare a lavoro.

 

Eh sì, perché quello che era nato come un rito del primo dell’anno, ossia ritagliarsi del tempo scrivendo senza censure su un diario dalla copertina rossa, era diventata una coccola quotidiana necessaria. Gradatamente aveva anche scoperto il beneficio di dedicare qualche minuto alla scrittura prima di iniziare ogni attività giornaliera: il mattino era prodigo di idee che, se ben accomodate, potevano rivelare sviluppi sorprendenti. Non solo, sulle pagine bianche scaricava pensieri ed emozioni che spesso si svegliavano con lei piazzandosi come macigni su testa e spalle, legandosi a lei come palle al piede rallentandone il ritmo; lasciava così lo spazio necessario per accogliere novità stimolanti e piccoli gesti gentili ricevuti, e ancora si caricava con la sufficiente energia per restituire il tutto amplificato al mittente.

Quel mattino si era ricordata di aver letto un pensiero di George Bernard Shaw, per lei illuminante, che annotò tempestivamente sul diario:

Se tu hai una mela e io ho una mela e ci scambiamo le nostre mele

allora tu ed io avremo ancora una mela a testa.

Ma se tu hai un’idea e io ho un’idea e ci scambiamo queste idee,

allora ciascuno di noi avrà due idee.

 

 

Pensiero che Maia volle ampliare con un’ulteriore riflessione:

Se ci scambiamo le nostre emozioni, sia io sia tu amplifichiamo lo spettro delle nostre emozioni:

se sono positive ci arricchiamo e ci innalziamo entrambi,

se sono negative sprofondiamo insieme…

fai tu!

 

 

E, fedele al suo bizzarro proposito di scriversi autonomamente l’oroscopo giornaliero, Maia decise di introdurre un ulteriore rito propiziatorio; prese un quaderno formato A5 dalla copertina con disegni floreali e lo intitolò Il pozzo dei desideri: ogni giorno avrebbe elencato almeno cinque desideri che avrebbe voluto vedere realizzati. Così iniziò:

 Vorrei incontrare tanti sorrisi

 Vorrei ricevere una bella notizia

 Vorrei vedere un arcobaleno

 Vorrei che i miei genitori stessero bene

 Vorrei dare un nuovo senso alla Festa di San Valentino.

 

 

Maia decretò, allora, che quel dì avrebbe voluto scambiare emozioni positive con chiunque, festeggiando così il suo personalissimo San Valentino.

Appena uscita da casa incontrò sul pianerottolo un vicino cordiale il minimo sufficiente a non esser tacciato di maleducazione, ma poco propenso all’espansività, con quel grugno corrucciato tipico delle persone che “non si sopportano da sole”, avrebbe detto sua madre con sintesi estrema ed eloquente. Al contrario delle altre volte, Maia non si limitò a un saluto gentile, decise piuttosto di dare una chance a quel cinquantenne compassato nella sua riservatezza al limite del sospetto. Osò parlare e addirittura fargli una domanda, cosa che da quelle parti equivaleva a invadere l’intimità di una persona:

– Abitiamo uno di fronte all’altra ma non sappiamo come ci chiamiamo, assurdo no? Io mi chiamo Maia, lei?

Il vicino, che non trovava affatto assurdo non conoscere il nome di colei che era in fondo solo una dirimpettaia, strabuzzò gli occhi, neppure gli avesse chiesto il pin del bancomat, e ci mise un po’ prima di emettere suono e concedere una risposta laconica: – Dottor Lorenzi.

Maia deglutì e dovette fare appello a tutta la sua pazienza per non incalzare sarcastica “Mi stai dicendo che, non appena sei nato, le prime parole di tua mamma sono state Desidero che mio figlio si chiami Dottor Lorenzi?” Preferì sorridere e commentare: – Sì, avevo letto sulla targhetta del campanello.

All’avvamparsi del viso dell’uomo, Maia comprese che anche questa era stata interpretata come un’azione inopportuna; ma, essendo determinata quel giorno a ricevere solo sorrisi, non si arrese: “o la va o la spacca, o si apre o più chiuso di così comunque non potrebbe essere” pensò.

All’arrivo dell’ascensore entrambi entrarono e Maia insisté: – Cosa fa di bello oggi?

Il volto del dottor Lorenzi attraversava ora tutte le sfumature dal rosso fuoco al bianco cadaverico, oltraggiato da tanta sfacciataggine e rispose: – Solita vita.

Maia inspirò profondamente e tutto d’un fiato pronunciò: – Io, invece, ho deciso di ricevere solo sorrisi oggi, per cui se non vuole avere sulla coscienza la mia infelicità la prego di fingere un sorriso prima che io vada via -. Nel frattempo aprì la borsa e ne estrasse un libro con strisce di Mafalda, suo mito dai tempi del liceo: – La prego, ne legga una.

Incredulo a occhi e orecchie e sperando in una fuga molto prossima, il vicino prese in mano il libricino, lesse una striscia e non potè trattenere l’apprezzamento con qualcosa che si dimostrò qualcosina di più di un sorriso di circostanza.

– Ottimo, io mi reputo soddisfatta. Mi ha salvato la giornata, ora sarà tutto in discesa, me lo sento! Grazie!

E scappò via per raggiungere la metro. Si arrestò poi un attimo e, ispirata dalla sua parola guida dell’anno, decise di alzare la posta e armarsi di coraggio nell’esclamare: – Non pensavo sapesse sorridere, ma devo riconoscerlo che lo sa fare molto bene; continui così!

Mentre il dottor Lorenzi rimase lì, basito, una statua di sale.

 

Con la vittoria in mano per aver strappato un seppur mesto risolino all’uomo tutto d’un pezzo, Maia sentiva che quel giorno nessuno avrebbe potuto arrestare la sua scalata alla positività, nonostante i bronci diffidenti che incontrava per strada. Con più o meno fatica e insistenza riuscì a minare le corazze di chiunque: negozianti, passanti, amici e colleghi, autisti, grandi e piccini, superiori e inservienti… Offrendo loro un sorriso, volenti o meno, i suoi interlocutori sentivano l’obbligo morale di ricambiarlo, spesso credendoci, o quantomeno fingendo di farlo.
Ci riuscì con tutti, tranne che con lui, Federico.

 

Incontrarsi ogni giorno a lavoro era una pena, per entrambi.

Una storia di due anni, terminata nell’autunno precedente per volontà di Maia, incolpata di non aver atteso di festeggiare insieme almeno Natale, Capodanno e San Valentino: punti fermi delle coppie per lui, tristi bugie d’amore per lei.

Una storia all’insegna della tenerezza, fiori, canzoni sdolcinate, sguardi languidi, cene a lume di candela, film sentimentali, messaggi con frasi poetiche e appassionate, passeggiate, baci e abbracci al tramonto e sotto il cielo stellato, buonenotti e risvegli affettuosi. Un amore da sogno.

“Non dare retta ai sogni” le diceva sua mamma per canzonarla amorevolmente quando la vedeva, giovanissima, meditabonda e poco incline ad accettare le inesattezze della vita. E sua madre aveva ragione, perché il loro era un amore adolescenziale, con tutto il rispetto per i sentimenti assoluti e senza chiaroscuri di quell’età. Cose che lei non disdegnava affatto, ma dopo due anni aveva sentito l’urgenza di un amore che andasse oltre i dettami del romanticismo da manuale e si evolvesse in tutte le gradazioni più profonde e mature di una relazione.

Maia e Federico erano due anime fragili e affini, che si erano riconosciute e avvicinate per darsi conforto a vicenda. Almeno all’inizio. Maia, con una spiccata propensione all’atteggiamento materno, aveva provato con tutto il suo amore (mai messo in discussione) a infondere forza a Federico; ma si ritrovò a sbattere il muso contro la triste realtà che rassicurare il cuore di lui era un’impresa impossibile, avvoltolato com’era in claustrofobiche emozioni, irriconoscibili a lui stesso, e ingarbugliato nella matassa inestricabile dei suoi pensieri.

Lui sempre più fragile, lei con l’armatura sempre più spessa per compensarlo. Lui convinto che lei fosse abbastanza forte da non aver bisogno del suo supporto, lei che non osava dimostrarsi vulnerabile. Lui sempre più tormentato e infelice senza le energie necessarie per notare le timide richieste di attenzione di lei, lei che evitava di elemosinare quelle attenzioni. Lui che soffriva il confronto con lei più curiosa solare e attiva, lei che viveva come una colpa la promozione ricevuta a lavoro. Lui che rifuggiva gli amici di lei perché mal sopportava di sentirsi “il principe consorte”, lei che se ne sentiva profondamente ferita perché non aveva mai voluto prevaricare. Lui che evitava di condividere con lei le sue storiche amicizie, lei che si rassegnava al senso di esclusione. Lui che, nonostante le richieste di Maia, ancora dopo due anni non aveva trovato l’occasione per presentarla anche solo come un’amica alla sua famiglia (che pur sapeva della sua esistenza), lei che sentiva come un rifiuto l’impossibilità di avere udienza da loro, che manco Buckingham Palace…

A un certo punto, un nodo perenne allo stomaco le aveva suggerito che quello non era l’amore che le faceva bene, in tutta questa nuvola rosa mancava ciò che per lei era la terraferma sotto i piedi: il rispetto delle sue emozioni. Certo, lo riconosceva: non si trattava di cattiva volontà di Federico, piuttosto di mancata volontà, troppo intento a sopravvivere alla potenza dei suoi demoni interni per accorgersi di lei!

Non si possono costringere le persone ad amarti come tu vuoi; e non ci si può costringere ad amarle per come sono.

«Il problema tra noi, caro Federico, è che tu sei troppo concentrato su te stesso e anche io sono troppo concentrata su di te. In tutto questo io sparisco; tu non mi guardi, e neppure io mi vedo, ma mi sento. E sento che fa male e io ti voglio molto bene ma non lo trovo giusto. Sei un bravo ragazzo e molto sensibile, ma ho bisogno di qualcuno che riesca a sostenere le mie emozioni, che non le ignori o non se ne senta sopraffatto. Adoro il tuo cuore di cristallo ma ho bisogno di esprimermi senza la paura di romperlo, ho bisogno di un amore fatto di cura e responsabilità reciproca. Tu, forse, dovresti prima imparare a conoscerti e a prenderti cura di te».

 

Da allora le riecheggiavano in testa le sue parole di commiato e la reazione di lui: addolorato, abbandonato e ferito nell’orgoglio. Ogniqualvolta lei cercava un approccio amichevole a lavoro, il mal dissimulato risentimento di Federico le faceva risalire la china dei suoi sensi di colpa per aver lasciato una “così brava persona”, come le ripetevano in tanti.

Non si era mai pentita della decisione presa, sebbene ne sentisse tanto la mancanza ed era conscia di aver disatteso le aspettative sue e di Federico sull’amore romantico. Si chiedeva pure se avrebbe mai più provato per qualcun altro quell’amore assoluto e totalizzante che per due anni l’aveva tenuta legata a lui.

 

Quel giorno di San Valentino Maia e Federico si incrociarono solo all’uscita davanti alla bollatrice. Lei tentò una svolta al loro rapporto, affrontò lo sguardo di delusione e biasimo da cagnolino bastonato di Federico e lo salutò sorridendo.
– Ciao, – rispose borbottando a mezza voce lui.
– Come stai?
– Abbastanza.
– Tutto qui?
– Sì, tutto qui. Ti saluto, corro a casa.
Federico, evidentemente, non era ancora pronto a tenderle la mano. Pazienza, lo rispettava e per attutire il colpo decise di fare un giro in centro.

 

A casa durante la cena accese la tv e vide un cartone con un cagnolino che trotterellava gioioso su un coloratissimo arcobaleno: un altro desiderio della giornata si era appena avverato. Nel mentre squillò il telefono: – Ciao mamma, ciao papà, come state?
– Benissimo! Tu?
– Sì, benissimo anche io. Novità?
– Sì, zio Aldo è fuori pericolo, se la caverà con solo qualche giorno di ospedale.
Oh, questa sì che era una splendida notizia!

 

Scrisse poi una lettera (sì, con penna su carta da lettera!) a Giulio, amico ritrovato, e gli raccontò di come aveva deciso di vivere il suo personalissimo San Valentino. Si sorprese a riconoscere che il rifiuto di Federico non le aveva provocato, come al solito, una tremenda morsa al cuore: forse, pian piano, si stava perdonando.

Forse stava accettando l’idea che Federico probabilmente sarebbe rimasto per sempre l’amore della sua vita, ma che non sarebbe mai più potuto essere il suo compagno per la vita.

Ora lo aveva capito: se l’amore lo voleva vivere nella realtà, avrebbe dovuto fare i conti con le persone reali, stava imparando a relegare il sogno del principe azzurro nel mondo della fantasia. Nessuno meritava di essere accusato di non somigliare al suo sogno, né lei avrebbe dovuto più accettare di sentirsi inadeguata solo perché non corrispondente ai desideri altrui.

 

Finalmente a letto, prima di spegnere la luce e abbracciare Morfeo, Maia prese un altro quadernetto dalla copertina azzurra e, infagottata tra le calde coperte, iniziò a stilare una lunga lista di ringraziamenti:

Sono grata ai miei genitori per il loro amore incondizionato

Sono grata perché lo zio Aldo è forte assai

Sono grata a Giulio che ha accettato di far parte di nuovo della mia vita

Sono grata al dottor Lorenzi (ma tanto lo so che si chiama Paolo e prima o poi riuscirò a farglielo confessare) di aver voluto sorridere per me

Sono grata perché, anche se non ho ricevuto biglietti da ammiratori segreti e gerbere, ho trascorso il più bel San Valentino della mia vita

Sono grata a me stessa perché da oggi mi sento libera, leggera e mi voglio più bene.

 

 

Intanto il dottor Lorenzi, dall’altra parte della parete, si guardava allo specchio impegnato in esercizi di stile sul sorriso.

 

 

 

 

 


 

Ringrazio CromaNticamente – Realizzazioni artigianali, per aver ideato, cucito, fotografato la bambola Maia!

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