Un anno da inventare – Gennaio – Il diario di Maia

0

Il diario di Maia

racconto di Flavia Ingrosso

illustrazione di CromaNticamente

 

Realizzazione bambola Maia e foto di CromaNticamente – Creazioni artigianali

 

Quel che a Maia mancava molto in città era il profumo del mare e dei comignoli fumanti, il sapore salmastro unito all’odore acidulo dei ceppi arsi nel camino, che i suoi genitori continuavano ad accendere, soprattutto nei giorni di festa. Poiché il calore del fuoco non è solo quello termico.

E lo portava sempre con sé quel calore e quel colore, anche in città dove le tinte (a volte anche dell’animo) viravano più sul grigio e su quelle tonalità così sfacciatamente accese che mal si conciliavano con le sensazioni percepite da Maia.

Le stesse che le trasmetteva Serena, il cui nome non le era stato di buon auspicio nella vita reale, ma di forte suggestione per la maschera che aveva scelto di indossare in pubblico. Donna brillante, sfolgorante carriera, matrimonio da copertina. Abbigliamento dai colori rigorosamente sgargianti in perfetto accordo cromatico con gli accessori, la sua casa era l’emblema del perfetto e contemporaneo interior design. Tutto in lei urlava sfacciatamente “Sto bene, va tutto bene e sono felice!”

Quando si sente l’urgenza di gridare uno stato d’animo più che il mondo forse è se stessi che si vuole convincere, pensava Maia, e lei lo sapeva, invece, che le emozioni dell’amica erano più sopite di quanto ostentasse.

Allo stesso modo a volte le pareva che la città strillasse la sua meraviglia più per sorprendere che per dispensare piacere.

 

Nella città natale, invece, era tutto più dimesso, naturale, spontaneo: nulla da esibire, bastava vivere. E, ora che aveva lasciato per qualche minuto la famiglia all’allegro post libagioni del primo dell’anno, sentiva più forte la suggestione suscitata dal profumo intenso di ciocco di pino bruciato, che si insinuava nella sua camera da bambina, in cui aveva vissuto fino al giorno della laurea… per poi partire il giorno dopo.

Partire verso una nuova città, una nuova vita, una nuova Maia. Così entusiasta e fiduciosa da tuffarsi a capofitto nel nuovo mondo, più ricco di occasioni che accogliente.

Se ne rendeva conto ora, dopo diversi anni, che le relazioni intessute nella città d’adozione a un certo punto rimanevano sospese: per lei in attesa di nuovi sviluppi, per altri no, bastava così.

Nessun colpevole, nessuna vittima: è il bello della diversità, bellezza! Peccato che per Maia così bello poi non fosse, ma la scelta toccava a lei: adattarsi o vivere da disadattata.

 

I giorni di festa la stavano riabituando all’andamento adagio delle giornate, a riassaporare ogni attimo e a non farsi sfuggire nessun piccolo particolare di vita quotidiana, che quasi temeva di non essere più in grado di apprezzare. E invece si sa: imparata un’arte prima o poi, anche quando si teme di averla oramai dimenticata, quella viene fuori non appena trova uno spiraglio che le si concede, riaffiorando in superficie senza troppe cerimonie.

Maia rifuggiva da ogni abitudine sterile che più che sicurezza le dava un senso di claustrofobia ripugnante e di appiattimento delle giornate. Al contrario amava le tradizioni di condivisione e appartenenza in famiglia e tra amici, che nessuno aveva mai l’obbligo di onorare: erano poche durante l’anno, e per questo attese da chi le sceglieva e viveva con gioia.

 

E quel pomeriggio Maia aveva deciso di dare il via a un nuovo rito, di quelli che fanno bene al cuore, e non gliene volessero gli altri, ma sentiva una vera e propria urgenza di vivere alcuni momenti in esclusiva compagnia di se stessa. Evidentemente era la stessa spinta inconscia che l’aveva mossa qualche giorno prima quando, attratta da una piccola vetrina di un altrettanto minuscolo laboratorio di cartoleria, aveva intravisto un grosso quaderno rosso con figure colorate. Senza darsi neppure il tempo di capire era entrata nel bugigattolo, presieduto da una gentilissima ed elegante signora, che sorridente le mostrò con orgoglio il quaderno rigorosamente rilegato dalle sue esili dita: quando è amore a prima vista non c’è tempo per pensare. E Maia aveva comprato il quaderno ancor prima di sapere cosa farne.

 

Quel primo dell’anno fu anche il primo giorno di vita del Diario di Maia.

 

Scettica per inclinazione e formazione, sorrideva con rispetto e curiosità a ringraziamenti e improperi di alcune amiche rivolti a un astrologo molto in voga; e per il suo rito tutto da inventare aveva deciso per il nuovo anno di scriversi l’oroscopo da sé, senza l’ausilio degli astri e leggendosi dentro piuttosto che nei fondi delle tazzine di caffè.

Prese dunque il bel quaderno rosso, una penna dall’inchiostro azzurro e la punta morbida e iniziò a scrivere sulle pagine bianche, con quel pizzico di soggezione mista a eccitazione che suscitano le novità. Non aveva uno scopo ben preciso, solo un’istintiva certezza che le avrebbe fatto un gran bene.

Iniziò a scrivere tutto quel che le veniva in mente, senza curarsi della grammatica né dello stile, lasciò che i pensieri si sentissero liberi di esprimersi e li riportò sulle pagine intonse, accompagnandoli quasi: con il movimento lento della mano che traccia sul foglio bianco l’elaborazione grafica dei pensieri, li invitava a procedere lenti e ponderati senza disperdersi. Come la nipotina che offre il braccio alla nonna per aiutarla ad attraversare la strada, sorreggendola per evitarle scivoloni rovinosi.

 

Le prime righe scritte le offrirono un insperato senso di appagamento, si era sorpresa a sorridere, a provare la rara sensazione dei muscoli rilassati e di sentirsi comoda nei suoi panni, il desiderio che quel pomeriggio non finisse mai.

Almeno fino a quando non annotò le confessioni relative alla chiacchierata del mattino con Serena, che le aveva telefonato di buon ora per augurarle Felice Anno Nuovo. Non solo, ci aveva anche tenuto a sciorinarle tutti i buoni propositi che si era sentita in dovere di fare poco prima del veglione del 31 dicembre, festeggiato in pompa magna: non avrebbe mai potuto inaugurare il nuovo anno senza obiettivi freschi e di gran valore.

Maia, ancora addormentata e un po’ dispiaciuta per il risveglio così poco dolce e ovattato, lì per lì aveva ascoltato l’amica senza comprendere del tutto la valenza delle sue parole.

Solo ora iniziava a rifletterci su e, come sempre, Serena era riuscita a incuterle il solito senso di colpa di non essere altrettanto svelta e “sul pezzo”: era già il primo di gennaio e lei non aveva ancora fatto la lista degli obiettivi da realizzare. Le venne su una sorta di ansia da prestazione, come quando da ragazzina era costretta a salire sul palco per dimostrare al mondo di aver fatto dei progressi nel corso di danza e che i soldi dei suoi genitori erano stati ben spesi. Sentì un vuoto allo stomaco, un crescente tremolio alle mani, un lieve capogiro e quello che era iniziato come rito di benessere si stava trasformando in una fonte di disagio e frustrazione.

 

Smise allora di scrivere per qualche attimo alla ricerca dell’origine del malessere, svariati pensieri le turbinavano nella testa creandole ulteriore confusione. Si impose, dunque, di ripetere per iscritto la domanda “ma perché un minuto fa mi sentivo leggera, entusiasta e desiderosa di scrivere e ora sento il cuore battere come se dovessi dare un esame e mi sento bloccata?”

E le risposte non si fecero attendere: propensa a dare credito più agli altri che a se stessa, aveva sempre lasciato che da fuori le insinuassero il dubbio della sua inadeguatezza nel vivere bene e nel saper fare le scelte giuste. Da un lato pativa tremendamente il confronto dal quale ne usciva puntualmente sconfitta, ma dall’altro non poteva farne a meno perché credeva di ricevere stimoli e insegnamenti. Ora si rendeva conto che non era così, non sempre perlomeno, né con tutti; e dovette riconoscere, passando in veloce rassegna tutte le persone frequentate, familiari e no, che non tutte le sue relazioni erano positive per lei. E stava iniziando a sdilinquirsi in penosi piagnistei, quando si rimproverò che non era affatto il caso: avendo deciso di scriversi l’oroscopo da sé si era assunta con se stessa l’impegno di assumersi la responsabilità della propria vita, delle scelte fatte, di ogni cosa che aveva realizzato o meno fino a quel momento. E sì, era vero, scrivendo aveva scoperto che quello delle relazioni era un tema molto sensibile per lei e avrebbe dovuto necessariamente affrontarlo.

Tuttavia le sue priorità assolute erano altre domande: “Come posso decidere dove andare se non so da dove sto partendo? Soprattutto, so che voglio muovermi da qui, ma muovermi cosa significa per me: fuggire o evolvermi? Cambiare certo, ma per rinnovarmi o scappare da me stessa?” Solo dopo aver trovato queste prime risposte avrebbe potuto riflettere sul tipo di relazioni di cui aveva bisogno.

 

Si autorizzò innanzitutto a essere la voce fuori dal coro, qualora ne fosse esistito realmente uno, e di non fare alcun buon proposito per il nuovo anno: evidentemente non era ancora pronta per darsi degli obiettivi. Fare ora l’elenco dei buoni propositi, sull’onda delle emozioni, equivaleva per lei fare finti buoni propositi e prendere in giro se stessa.

Sapeva, tuttavia, che per capire dove voleva andare nel futuro doveva anche riflettere sulla strada percorsa fino ad allora e capire dove si trovava in quel momento.

 

Guardò l’orologio, il tempo era volato, ma di là nessuno la reclamava; ne approfittò per riportare la memoria al suo passato. Spontaneamente su pagine diverse creò due liste: una per le esperienze belle, l’altra per quelle brutte. Non appena le riaffioravano i ricordi sceglieva la lista sotto cui annotarli e accanto descriveva le emozioni suscitate. Sorrisi, lacrime, batticuore, sonore risate e singhiozzi si alternavano; Maia si impose di non censurarsi e di esprimersi senza filtri: almeno con il diario non era obbligata a indossare corazze protettive.

Ripensando alle esperienze belle, si rese conto che alcune avrebbe voluto e potuto riviverle e le sottolineò con colori per non dimenticarle; ricordò anche alcune persone che, per vari motivi, aveva perso per strada: augurava a tutte buona vita e di alcune avrebbe voluto ritornare a farne parte, perciò prese un altro pennarello colorato per evidenziare i nomi delle persone da ricontattare.

Senza averlo premeditato, descrivendo alcuni eventi spiacevoli del passato, confessò per la prima volta a se stessa i motivi di tanta sofferenza; e ora, alla luce dell’esperienza e della maturità, comprendeva quanto accaduto e decise che non avrebbe più pensato a certi episodi con malanimo, piuttosto con condiscendenza. L’essere umano è eternamente perfettibile, vivere porta con sé una buona dose di errore: in assenza di premeditazione e dolo, poteva concedere a se stessa e agli altri il perdono e trasportare i ricordi in una terza lista dei “dolori risolti”.

E invece quell’episodio di tanti anni prima con Giulio era un boccone amaro che proprio non riusciva a mandare giù, né a sputare fuori! Si sbalordiva della loro capacità a non parlarne più e ad aver lasciato che la loro amicizia fraterna si trasformasse in banale relazione tra casuali conoscenti, ridotta a qualche rarissimo messaggio di circostanza. E mentre pensava a Giulio sentiva ribollire nelle vene la rabbia verso se stessa per avergli permesso di uscire alla chetichella dalla sua vita, senza aver affrontato il problema, senza aver voluto capire cosa era successo ed essersi chiariti. Idioti, entrambi! Rinunciare a un rapporto così intenso… emeriti idioti!

Altri avvenimenti, invece, le rodevano ancora lo stomaco come fossero accaduti un attimo prima. Cosa fare? Aveva ancora senso soffrire? Soprattutto, perché provava ancora tanta sofferenza?

Si soffermò a pensarci, le dispiaceva ma davvero in alcuni casi non aveva affatto voglia di perdonare. Soprattutto si chiese se valeva la pena riprendere vecchi discorsi con persone oramai del tutto assenti dalla sua vita: detestava provare astio, ma non voleva neppure elargire giustificazioni a chi, spinto da valori diversi, agiva in completa disarmonia con i suoi modi di fare.

Quindi no, questi non potevano essere trasferiti nei “dolori risolti”, ma d’altra parte non aveva neppure senso tenerli ancora in saccoccia ad appesantire il carico delle sue emozioni e occupare spazio prezioso per altro! Decise dunque di lasciarli andare, dimenticare: non sarebbe stato facile per Maia, ma difficile non era sinonimo di impossibile, per cui si ripromise di dare la libertà a eventi e persone nocive che l’avevano in parte avvelenata.

Federico, invece, era ancora un’altra storia…

 

Incredibile il senso di sollievo provato nel permettersi di alleggerire il peso dei ricordi da portare con sé, lei che aveva sempre ritenuto un tradimento dimenticare! Doveroso ricredersi!

E ci provò gusto in questo gioco, anche doloroso, di guardarsi allo specchio sulle pagine del diario e fu costretta ad ammettere che per troppo tempo aveva tollerato persone, comportamenti, situazioni che non era tenuta a sopportare. Certo, alcune sì, perché vivere in società significa adattarsi anche alle esigenze altrui, ma lei aveva esagerato e si era costruita da sè le sue catene al collo, alle mani, ai piedi… Come se per essere una brava persona non avrebbe dovuto opporsi ad abitudini e atteggiamenti altrui che non erano utili a nessuno, men che meno a lei! Diamine, anche lei aveva dei bisogni sacrosanti da rispettare ed era arrivato il momento di non mettere le sue necessità sempre in coda a quelle degli altri, perché in cambio quasi mai aveva ricevuto lo stesso trattamento.

Ed era giusto così: bastava chiarire con se stessa e con il mondo ciò che avrebbe potuto e voluto tollerare, i suoi bisogni imprescindibili e quelli a cui avrebbe potuto all’occorrenza rinunciare per giusta causa. Sopratutto, doveva urgentemente mettere dei confini intorno a sé, ritagliarsi il suo “giardino segreto” in cui nessuno avrebbe dovuto sentirsi in diritto di entrare se non espressamente invitato: come aveva fatto quel pomeriggio che, al contrario degli anni precedenti, si era ritirata nella sua stanza a scrivere… e nessuno aveva manifestato meraviglia né un accenno di risentimento.

A volte ci impediamo di modificare qualcosa in noi per timore della reazione altrui, come se chi ci vive accanto non fosse in grado di accettare cambiamenti; e invece la maggior parte delle volte la paura del cambiamento è dentro di noi, all’esterno cerchiamo solo degli alibi a cui appigliarci.

 

Sempre più leggera, come fluttuante nell’aria, Maia sentiva un rimescolio allo stomaco per l’entusiasmo di una rinnovata confidenza con se stessa, che aveva dato per perduta. Ora che stava imparando a misurare le coordinate delle sua posizione e recuperato parte della coscienza di sé, riconobbe la necessità di attuare tanti cambiamenti e sapeva che per questo aveva bisogno di un aiuto, un accompagnamento quotidiano; meglio ancora, un’ispirazione costante! Perciò cercò una parola significativa da scrivere ovunque: su fogli e cartoncini di diversa forma e colore, da mettere su specchi, in cassetti, nel portafoglio, nei libri, nel diario, sulla bacheca sopra la scrivania… Ovunque potesse vederla soprattutto nei momenti di sconforto e di maggior vulnerabilità. Perché, se voleva prendere le sorti della sua vita in mano e assumersene la responsabilità, non era negando le debolezze che ci sarebbe riuscita: piuttosto riconoscendole, lasciandole anche sfogare concedendo loro tempo e spazio congrui, e poi trovando nuovi stimoli per affrontare le difficoltà. Certo, per farlo avrebbe avuto bisogno di tanto coraggio e… ecco la parola che cercava e che scrisse a caratteri cubitali evidenziata:

CORAGGIO!

 

Erano passate ore da quando aveva iniziato a scrivere: partita da non sapere di cosa parlare, di fatto la penna non si era mai riposata se non per una manciata di secondi. Si reputò soddisfatta, i risultati erano andati ben oltre ogni auspicabile aspettativa. Rileggendo si accorse che, essendosi concessa la libertà di non impegnarsi in buoni propositi per il nuovo anno, questi le erano usciti spontaneamente dal profondo del cuore.

Con un altro pennarello li sottolineò e su una nuova pagina prese ad elencarli: ogni giorno scrivere da sé il suo personalissimo oroscopo; far diventare il diario il suo più fedele confidente, consigliere e compagno di avventure; rivivere, pur con le dovute differenze, le belle esperienze del passato; ricontattare le persone che avevano dato un valore aggiunto alla sua esistenza; perdonare chi aveva sbagliato senza cattivi intenti, compresa lei stessa; dare la libertà a ricordi e persone dannose alla sua serenità; rispettare se stessa e i propri bisogni impellenti, limitare le cose da tollerare, definire e comunicare i confini che nessuno avrebbe dovuto travalicare… armarsi di tanto coraggio per dare una svolta alla propria vita!

 

Intanto di là i parenti si stavano preparando per la consueta serata giochi, la madre bussò alla porta della sua stanza, attese l’invito ad entrare e le disse: – Noi iniziamo a giocare, quando vuoi ci raggiungi.

Maia rispose con un sorriso, la madre non chiese altro e si chiuse la porta alle spalle. Quello dei giochi di società la sera del primo dell’anno era una tradizione a cui Maia non voleva rinunciare, ma prima decise di fare la sua prima azione coraggiosa dell’anno: prese il telefono, cercò il nome, cliccò sul numero e con il cuore in gola ascoltò cinque infiniti squilli. Stava per chiudere quando dall’altra parte qualcuno rispose con voce sorpresa.

– Hei Giulio, – salutò Maia.

 

 


 

Ringrazio CromaNticamente – Realizzazioni artigianali, per aver ideato, cucito, fotografato la bambola Maia!

Lascia un commento

Invia il commento
Please enter your name here